Panj e’ Asr (alle cinque della sera) di Samira Makhmalbaf (2003)


Elegia a memoria di un paese che muore

Una sorta di elegia in parole, immagini, silenzi e musica, a memoria di un paese che muore, dei suoi bambini, delle donne, degli uomini, ma anche di alberi, animali, case, palazzi di una Kabul caotica che si fa sempre più maceria, di un Afghanistan che, ucciso da dentro e da fuori già tante volte, continua a morire. E in questo farsi poetico canto di morte in memoria alla vita c’è il senso d’intitolare questo film, il terzo diretto a soli 23 anni dall’iraniana Samira Makhmalbaf, al verso chiave del Lamento per Ignacio Sánchez Mejías, che Federico Garcìa Lorca scrisse nel 1935 per l’amico torero morto.
«Alle cinque della sera. / Eran le cinque in punto della sera. / Un bambino portò il lenzuolo bianco / alle cinque della sera. / Una sporta di calce già pronta / alle cinque della sera. / Il resto era morte e solo morte / alle cinque della sera. / Il vento portò via i cotoni / alle cinque della sera…» Questi e altri versi famosi ricorrono e si rincorrono tra gli ulivi le luci i volti di questo film, che siamo tornati a guardare dopo qualche anno dalla sua uscita, nel 2003, quando risultò vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes. Tra i suoi molti meriti c’è anche quello di farci tornare, in uno sfondo diverso e impensato, alle parole del poeta andaluso, nate peraltro a ridosso di un’altra guerra, la guerra civile di Spagna… E i versi acquistano nuove risonanze in bocca a una donna coperta da un burqa, che li accetta in dono e se li recita, se li ripete come ci si può raccontare una favola, per tenersi in vita, per coltivare un sogno, opporre qualcosa di bello al brutto che sta intorno, o per dare degna sepoltura a ciò che intorno muore.
La poesia come possibilità di dialogo (anche tra poesia spagnola del Novecento e cinema iraniano del Duemila, perché no?), arma per sopravvivere, gioco di libertà, la poesia come dono d’amore, da parte di un ingenuo poeta vagabondo che in bicicletta segue e corteggia con cocciutaggine questa strana e intraprendente (e sorprendente) figlia di un vecchio integralista conservatore, ritratto nella sua assurda e ormai quasi impotente follia.

Noqreh, la figlia femmina, è una giovane donna che si affaccia a una nuova, precaria, probabilmente solo illusoria, possibilità di libertà, tentando di divenire padrona del proprio destino, di uscire dalla prigionia prestabilita. A far risaltare la sua forza di volontà, ella è raccontata a fianco e in contrapposizione alla cognata, figura femminile impotente, relegata senza scampo al ruolo, inizialmente inconsapevole, di vedova, al seguito di un suocero sordo a ogni ragione che non sia la sua, e di madre, per di più incapace di tenere in vita il proprio unico e piccolo figlio.
Noqreh invece di nascosto dal padre indossa le scarpe col tacco e scappa dalla casa-prigione, va a scuola; e, con l’aiuto di insegnanti aperte al dialogo, sogna il suo futuro; crede, ma non è la sola, di poter diventare addirittura presidente della repubblica. Tra le macerie di un dopo-guerra, alla caduta del regime talebano, di una guerra mai finita, a testimoniare con il senso storico della sconfitta i fallimenti della politica internazionale, ci sono insomma spiragli di libertà. Miracoli di vita si muovono tra le macerie, con una storia quasi d’amore tra due personaggi ossessionati dalle proprie inquietudini, negli sguardi di un poeta innamorato, nelle fotografie che si ostina a farle scattare, e che lei si lascia fare, per una presunta incredibile campagna elettorale che dovrebbe, prima o poi, prendere il via; tra le rovine decadenti e meravigliose di un palazzo del potere, dal quale Noqreh declama i suoi versi e scende le scale come una regina, mentre al vecchio padre non resta che tormentare con interminabili prediche e nostalgie per il tempo che fu il proprio cavallo, finché anche questo non morirà di stenti.
Se all’inizio la protagonista e gli altri sembrano dotati di una volontà tale da poter davvero sperare che i propri sogni si realizzino, man mano che il film procede a prevalere sempre più è piuttosto un senso di ineluttabilità, come se il miglioramento della situazione fosse solo apparente; la speranza lascia il posto alla desolazione crescente, a una miseria senza scampo, alla perdita progressiva delle già poche cose necessarie per sopravvivere. La famiglia – padre, figlia, nuora, nipote, cavallo – perde la casa e ogni riparo sostitutivo e insieme la speranza di veder tornare il figlio-fratello-marito che, si viene casualmente a sapere, è ormai morto in Pakistan. Poveri contro poveri, nomadi forzati in un continuo funereo girovagare (e del resto il vecchio faceva il carrettiere, il figlio il camionista…) senza più meta, in un paese che si fa quasi deserto, mentre nel paesaggio si addensano simboli di morte.
Storie di donne soprattutto, e squarci aperti in un Medio Oriente tormentato del quale comunque sempre poco sappiamo, sul quale i fotogrammi di Samira dicono molto più di tanti inutili e banali servizi televisivi.
L’attenzione ripetuta e talvolta quasi ossessiva ai particolari, ai simboli, non toglie ma aggiunge poesia e insieme realismo, brani di conoscenza di un mondo che attraverso il cinema iraniano dei Makhmalbaf vuole parlare con noi. Ci chiede ascolto nei suoi tempi lenti, nei gesti ripetuti dei suoi personaggi, nelle situazioni paradossali capaci anche di strappare qualche sorriso, nei lunghi silenzi di paesaggi che lasciano tracce.
Alla conclusione di un film così, insieme a un doloroso senso d’impotenza di fronte a ferite tanto profonde che pare davvero impossibile una salvezza credibile, resta comunque una sorta di gratitudine per quest’opera che ci ha aiutato a capire qualche cosa e dato uno stimolo a sforzarci di conoscere un po’ di più. Verrebbe voglia, per non rischiare di dimenticare ciò che si è assorbito in bellezza e dolore, realtà e poesia, di rivederlo ancora una volta in una lunga proiezione che preveda anche il Viaggio a Kandahar di Makhmalbaf padre e il documentario backstage Lezate Divanegi, girato dalla sorella più giovane, Hana, immediata testimonianza da parte di un altro occhio che si muove alle spalle proprio del film di Samira, sul rapporto tra il cinema (e i suoi autori) e la gente, la materia umana con la quale il cinema lavora, anche in Afghanistan.

Questa voce è stata pubblicata in video. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...