A ciascuno il suo di Elio Petri (1967)

Premi:
Festival di Cannes 1967: premio per la migliore sceneggiatura
Nastri d’argento 1968: regista del miglior film, migliore sceneggiatura miglior attore protagonista (Gian Maria Volonté), miglior attore non protagonista (Gabriele Ferzetti)

« Feci il film per quest’essere “A ciascuno il suo” il sensuoso e ironico ritratto d’un intellettuale umanista e sessualmente incompetente. »
(Elio Petri, 1979)
A ciascuno il suo è un film del 1967 diretto da Elio Petri, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia.
Questo film segna l’inizio del fortunato sodalizio artistico fra Elio Petri, Ugo Pirro e Gian Maria Volonté.
Presentato in concorso al 20º Festival di Cannes, il film ha conquistato il premio per la migliore sceneggiatura ed è stato protagonista ai Nastri d’argento 1968, con quattro premi vinti: regista del miglior film, migliore sceneggiatura, miglior attore protagonista (Gian Maria Volonté) e miglior attore non protagonista (Gabriele Ferzetti).

In un paese della Sicilia, durante una battuta di caccia vengono uccisi due uomini, il farmacista Manno e il dottor Roscio. Poiché il primo aveva ricevuto negli ultimi tempi diverse lettere minatorie, a causa delle sue presunte relazioni extraconiugali, si giunge all’ovvia conclusione che l’obiettivo dell’omicidio fosse lui, mentre il secondo solo un testimone ed una vittima innocente. Le indagini seguono la pista del delitto d’onore e portano all’arresto del padre e dei fratelli di Rosina, servetta adolescente forse sedotta da Manno.

Paolo Laurana, insegnante liceale che lavora a Palermo, marginale rispetto alla vita di paese, con un passato di militanza comunista, considerato asociale ma innocuo dalle forze dell’ordine, è convinto che la storia non sia così semplice come appare, perché aveva potuto vedere prima degli omicidi una delle lettere minatorie ed aveva notato che le lettere di giornale con cui era composta provenivano da una copia dell’Osservatore Romano, un’improbabile lettura per gli accusati: pastori analfabeti. Rende partecipi dei propri sospetti Luisa, la vedova del dottor Roscio, forse il vero obiettivo dell’assassino, e il cugino di lei, l’avvocato Rosello, importante notabile del luogo. Mentre la prima aiuta Laurana nella sua indagine personale, Rosello accetta di prendersi carico della difesa degli innocenti agli arresti.

Laurana incontra gli unici destinatari locali del quotidiano vaticano: il curato di Sant’Amo, religioso di scarsa vocazione, votato piuttosto a “salvare” dalle piccole chiese di campagne oggetti artistici a favore di danarosi collezionisti privati, che gli è d’aiuto nel capire che sotto le placide apparenze della vita del paese si nascondono intrighi pericolosi; l’arciprete, zio di Luisa e Rosello, che li ha cresciuti come figli.

Prosegue poi le sue indagini a Palermo, dove l’antica amicizia con un deputato comunista gli permette di scoprire che Roscio si era recato a Roma per denunciare le attività illegali di qualcuno di cui però non aveva fatto in tempo a rivelare il nome. Presso il padre di Roscio, luminare della medicina ridotto alla cecità, trova il diario nel quale l’assassinato ha preso nota di una serie di accuse a carico dell’avvocato Rosello. Quando poi vede quest’ultimo in compagnia di Raganà, un famigerato malavitoso, si convince definitivamente che il mandante dell’omicidio sia proprio colui che era riuscito a sviare brillantemente qualsiasi sospetto con la generosa difesa dei presunti assassini.

Laurana decide di rivelare a Luisa il contenuto del diario, depositato per precauzione in una cassetta di sicurezza, esprimendole però anche le proprie perplessità sul suo stretto rapporto con il cugino. Lei ammette che da giovani erano stati sentimentalmente legati, ma lo zio arciprete aveva impedito che si potessero sposare e l’aveva costretta ad un matrimonio con un uomo che non aveva mai amato. Luisa sembra disposta, malgrado questo, a sostenerlo nelle accuse contro Rosello, e Laurana è ben pronto a credere alla donna di cui si è infatuato.

Ma questa attrazione gli sarà fatale. Dopo essere scampato ad un primo tentativo di Rosello di liberarsi definitivamente di lui, commette l’errore di raccontare a Luisa che si è salvato solo grazie ad un bluff, vantando l’esistenza di un diario delle proprie indagini che in realtà non esiste. La donna lo tradisce abbandonandolo al proprio destino in un luogo solitario, dove viene raggiunto dai sicari che lo uccidono.

Il film si conclude con lo sfarzoso matrimonio dei cugini Rosello e Luisa, pochi giorni dopo. Tra i presenti alla celebrazione, c’è chi ha capito tutto degli eventi e commenta amaramente la stupidità di Laurana, vittima di un intrigo più complicato di quanto lo sprovveduto professore potesse immaginare.

«Forse il miglior film di uno dei più lucidi cineasti d’impegno sociale dell’epoca», secondo Il Mereghetti. Dizionario dei film, che ne loda la complessità narrativa, l’appassionata descrizione d’ambiente e gli ottimi interpreti, il film si fa notare soprattutto per la forma, in particolare per l’uso insistito dello zoom, che all’epoca gli valse la feroce critica di Maurizio Ponzi, mentre al contrario Sandro Zambetti su Cineforum considerò l’uso di grandangoli e teleobiettivi perfettamente coerente con la narrazione, efficace nel rendere con gli improvvisi avvicinamenti della macchina da presa la prospettiva di un osservatore distaccato che penetra nella vicenda, coglie i momenti rivelatori, scopre i lati nascosti dei personaggi.Il Morandini. Dizionario dei film lo definisce «un linguaggio aggressivo con forzature ottiche e sonore che possono infastidire per una loro schematica violenza espressiva».

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