Carlo Ragliani, Lo stigma

Roberto R. Corsi

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Leggendo e rileggendo la recentissima raccolta di Carlo Ragliani, Lo stigma (Italic), ricevo sùbito un’indicazione positiva: la qualità della riflessione, sin dalla prima poesia, mi permette di apprezzare anche quel procedere per versi monoverbali – apice della «rastremazione assoluta», ungarettiana, sottolineata da Mario Famularo nella prefazione – che altrove digerisco a fatica. Le stesse poesie, salvi due casi, scaturiscono da un monoverbo preceduto da un trattino. L’altra caratteristica stilistica evidente è il non utilizzo della punteggiatura, che crea, in presenza di determinati sintagmi, un piacevole “cromatismo”, lasciando l’interprete nel dubbio se riferirli al verso precedente o al successivo. Per esempio, nella poesia di p. 86, «nel conforto dell’ironia» può essere – a seconda della lettura – tecnica di annichilimento o, al contrario, identificazione con quanto sopravvive:

– Distanze
incise nei secoli
suggeriscono
l’annichilimento
nel conforto dell’ironia
ogni partenza
è identificarsi
con quanto sopravvive

Ma andiamo con ordine.
Per…

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