L’inconscio collettivo in un campo minato



Tempo presente. «La voce minima. Trauma e memoria storica» del filosofo Mario Pezzella. La rimozione dei genocidi del Novecento alimenta fittizie ipotesi riconciliative tra vincitori e vinti. L’orrore scaturito da atti di violenza condiziona le vite di vittime, carnefici e dei loro eredi

di Roberto Finelli dal il quotidiano il Manifesto del 22.6.2017

Mario Pezzella è un intellettuale, il cui «impegno», per usare una parola antica, al fine di un’etica della trasformazione è pari alla sua raffinatezza culturale e alla sua capacità di far interagire più campi teorici: quali l’estetica letteraria e cinematografica da un lato e la filosofia politica dall’altro, a cui si aggiunge una profonda sensibilità per le tematiche psicoanalitiche, per l’attività di traduttore e l’esperienza della composizione poetica in prima persona. Studioso di Friedrich Hölderlin, Walter Benjamin, Paul Celan, Miguel Abensour, uno dei suoi meriti maggiori è quello, nella sua frequentazione della cultura tedesca ed europea, di essersi tenuto lontano da ogni seduzione e subalternità rispetto al pensiero di Martin Heidegger, alla cui metafisica conservatrice dell’«essere» hanno ceduto invece, com’è ben noto, molti intellettuali, italiani ed europei, che hanno coniugato il medesimo campo d’interessi, tra estetica e filosofia politica.

Con l’ultima sua opera, La voce minima. Trauma e memoria storica (manifestolibri, euro 167), Pezzella torna a stringere le sue competenze e i suoi saperi per proporre una singolare quanto originale compenetrazione di storia e psicoanalisi attorno al tema della rimozione storica.

L’INCONSCIO rimosso per Pezzella infatti non è solo categoria della cultura e della clinica analitica, non è solo questione di un’esperienza e di un percorso affettivo-mentale individuale, ma è un complesso psico-emozionale estendibile ed applicabile alla storia, agli eventi e ai comportamenti di una collettività. Alla pari dell’inconscio individuale, l’inconscio storico è fatto di rimozioni di avvenimenti di lunga durata che, nella loro drammaticità di violenza e di sangue, non vengono accolti nella coscienza e nella memoria collettiva ma vengono dimenticati e cancellati, come se non fossero mai realmente esistiti. «Nel dopoguerra – e non solo in Germania – sono stati eretti muri e miti storiografici – scrive Pezzella – per impedire una vera memoria dei traumi avvenuti. Il gollismo ha minimizzato in Francia la massiccia adesione ai misfatti di Vichy; la Resistenza – deformata in mito conciliativo – ha finito per assolvere gli italiani dalla creazione del fascismo e dai massacri compiuti nelle colonie; in Germania americanizzazione e miracolo economico sono serviti a evitare una reale assunzione di responsabilità del male compiuto», così come nelle Americhe è stata rimossa la genesi di una civilizzazione istituita sul genocidio degli indio-americani e sulla schiavitù degli afro-americani. E in analogia con il rimosso individuale il rimosso storico torna a produrre due effetti strutturali ed ineliminabili della rimozione: perché come ha insegnato Freud il rimosso è «senza tempo», e non potendo essere realmente dimenticato, ritorna sempre a produrre conseguenze profondisssime nell’autocoscienza e nell’agire del presente.

Così il rimosso storico per Pezzella si fa realtà del presente da un lato attraverso la formazione di miti trasfigurativi e sostitutivi di quanto è effettivamente accaduto nel passato e dall’altro attraverso la reiterazione di azioni violente e genocidarie. Perché la mancata definizione ed elaborazione di campagne ed atti di oppressione e devastazione verso altri, non introducendo la dimensione e la funzione dell’alterità nell’identità dei soggetti che agiscono collettivamente una rimozione, costruisce lo stereotipo inconscio e inevadibile di una soggettività strutturalmente arcaica e violenta.

LA MANCANZA, o a dir meglio il rifiuto, della memoria non dà nome all’evento, non lo incardina a quella catena di parole e di ricordi, che attraverso la simbolizzazione linguistica e discorsiva, potrebbero accoglierlo invece nella coscienza pubblica e farne oggetto di ricerca e, insieme, di comprensione e relativizzazione. Cosicché la violenza originaria, nel suo horridum di pulsioni distruttive e disumanità, non viene elaborata ma continua a produrre storia e, insieme, ripetizione di un habitus arcaico ed espulsivo di alterità.

Quell’horridum continua a condizionare le vite dei vinti come quella dei vincitori, delle vittime come dei carnefici, nonché dei loro figli e delle generazioni a seguire, appunto perché rimane come un grumo di passioni e dolori drammatici, che hanno prodotto odi, risentimenti, patologie d’inferiorità da un lato e scissure e identità vuote e fittizie dall’altra. Per cui, nel suo originale e creativo dialogo con la psicoanalisi, ciò che si domanda Pezzella è quale possa essere il modo più adatto, più efficace e insieme più accorto e delicato, per riconnettere un passato storico rimosso e taciuto alla forza disserente e insieme relativizzante, pacificante, della parola.

QUALE POSSA essere la forma espressiva e comunicativa di un ricordo che non sia solo ripetizione e fissazione del passato ma sia ripresa, nel senso kierkegaardiano del termine come ciò «che attualizza, rielabora, riapre i possibili già soffocati nel passato»? Quale la forma espressiva, insomma, di un’elaborazione, che, evidentemente, per la peculiare natura del trauma e del rimosso storico, diversa da quella del trauma individuale, non può essere la parola e la stanza di uno studio psiconalitico? Pezzella nel suo testo prova a definirne un canone, attraverso un’analisi fine ed acuta, leggera nella sua drammaticità, di opere poetiche, letterarie (Celan, Sebald, Hölderlin) e cinematografiche (Resnais, Bela Tarr, Polanski).

Tale canone vuole che della violenza storica, di un eccidio, di un genocidio, di uno sterminio non ci possa essere rappresentazione diretta. Perché il rappresentare non può esprimere l’intimità, l’enormità e la drammaticità dei patimenti del sentire di coloro che sono soccumbuti o hanno attraversato quell’esperienza estrema. Il vedere non è il sentire.

LA RIPROPOSIZIONE in immagini di quell’inaudito, di quell’impossibile a dirsi, rischia, attraverso immagini di violenze, eccidi, strupri, di darne solo una versione esteriorizzata e spettacolarizzata, come è accaduto ad es. nel film di Spielberg sulla Shoah, Schindler’s List, dove accanto a scene di violenza estrema, si torna a mettere in scena una visione manichea, ovvero spettacolarizzata, tre bene e male con la conclusione finale e compensatoria della vittoria del bene sul male. Laddove la realtà delle relazioni traumatiche è sempre più complessa, sempre più dialettica, sottolinea Pezzella, ricordando tra l’altro le riflessioni psicoanalitiche di Sándor Ferenczi sul rapporto tra vittima e carnefice, e sui processi di identificazione e di mimetismo che frequentemente si danno tra la prima e il secondo, quando «tutti i suoi organi percettivi e sensori sono tesi ad identificarsi con l’aggressore, ad essere il più possibile simile a lui, come se tale illusione magica potesse scongiurare il colpo che sta per abbattersi su di lei».

IL PERCORSO espressivo più adeguato appare invece essere un percorso laterale, indiretto, metaforico che, lungi dal perpetuare la rappresentazione diretta, fisica ed esteriore del trauma, ne indaghi e descriva le conseguenze interiori, affettive, psichiche, con tutte le loro complessità, ambivalenze e contraddizioni che si danno nelle menti di coloro che lohanno vissuto, anche a distanza di anni, a distanza di generazioni. Nel ridursi contemporaneo della vita individuale e collettiva ad esteriorità, a superficie svuotata dall’astrazione del denaro e dalla pervasività dell’economico in ogni dove, solo un’espressività indiretta, metaforica, discorsiva può giungere, di contro alla retorica e alle falsificazioni mass-mediologiche delle immagini, afferma Pezzella, a richiamare veramente la profondità emotiva di una storia sommersa. Vale a dire che solo una ricostruzione/confessione, solo un riconoscimento da entrambi le parti di quanto s’è venuto generando nelle storie psichiche, mute e dolorose, che un evento originario ha generato negli anni – solo un discorso pubblico di ammissione e constatazione – può reinserire nell’ordine simbolico quel dramma, che con la sua violenza ha distrutto ogni ordine simbolico di civiltà e di socializzazione. In tal senso le pagine esemplari che Pezzella scrive – rifacendosi al bel libro di Gaspare de Caro, Rifondare gli italiani – sulla rapida parabola regressiva del cinema neorealista italiano da testimonianza critica a retorica nobilitante del secondo Risorgimento del popolo italiano presuntivamente unito e concorde nella lotta contro l’iniquo popolo tedesco, a confermare il semplicismo manicheo del bene e del male, sono quanto mai pertinenti ed istruttive.

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