Lingua Tertii Imperii di Victor Klemperer – la radice di tutti i populismi

Lingua Tertii Imperii di Victor Klemperer (Giuntina, 2008)



estratto da: Il ritorno del mito nella riflessione politica del Novecento di Viola Carofalo

“In ogni scriba (…) c’è un uomo di Stato. In ogni Principe, e per la stessa ragione, c’è un uomo dei segni. Alla funzione necessariamente politica del produttore di simboli corrisponde la funzione necessariamente simbolica del responsabile politico. Chiunque trasmetta dei segni in qualche modo governa; chiunque governi in qualche modo si occupa di trasmissioni”344.

Il mito moderno fa in modo che l’atto politico possa coagularsi in un gesto, in un fatto, in un’espressione, significativi. In questo senso il messaggio di cui è portatore il mito è sempre un rimando, riporta sempre ad un momento o ad una sensazione esterni all’oggetto mitico, che, a titolo diverso, stabiliscono con questo un legame apparentemente indissolubile. Adottando momentaneamente la distinzione di Furio Jesi tra mito-fonte e mito-strumento345, ovvero tra la presunta sostanza originaria del mito e la sua declinazione concreta, possiamo dire che la parola è il mito-strumento per eccellenza.

Se pensiamo all’affermazione di Wittgestein secondo la quale “nel nostro linguaggio si è depositata un’intera mitologia”346 non può stupirsi la scelta del linguista tedesco Victor Klemperer di scrivere in forma diaristica la sua analisi filologica sulla Lingua Tertii Imperii, la lingua del Terzo Reich347, di raccontare cioè le trasformazioni della sua lingua di pari passo col tragico allestimento dell’apparato mitico del nazionalsocialismo, per meglio comprenderlo.

Se è vera l’affermazione secondo la quale “non v’è dubbio che ogni regime possieda una scrittura”348 e di conseguenza una sua propria lingua, allora analizzare i miti politici moderni in quanto strumento di dominio, oltre che impegno filosofico, è compito filologico. Nonostante sul taccuino di Klemperer siano annotate le sue riflessioni in merito alla specifica evoluzione della lingua tedesca durante il Terzo Reich non è escluso che le sue osservazioni possano investire un tempo ed uno spazio più ampio di quello della Germania degli anni trenta e quaranta. La sedimentazione nella lingua delle componenti mitiche nella gestione del potere riguarda anche i sistemi non totalitari, come abbiamo visto nel caso del termine “democrazia” nella proposta del Trattato costituizionale europeo; anche in questo caso si “cerca di colmare il divario tra autorità e dominazione”349 passando attraverso l’utilizzo degli strumenti mitici, di cui la lingua è esempio manifesto.

Nella sua esperienza di ebreo tedesco, di perseguitato dal regime hitleriano, Klemperer nella trasformazione della lingua tedesca, nel suo farsi mero strumento di dominazione, individua in questa l’ennesimo campo di battaglia sul quale il nazionalismo ha schierato le sue truppe. Nelle sue riflessioni ritorna il tema dell’origine e dell’unità della cultura tedesca da una prospettiva molto interessante per l’analisi del mito politico e la relazione in cui esso si trova con la lingua; il terribile mutamento della Germania da terra di Goethe a terra di Hitler350 fa apparire sotto una luce diversa, nuova tutte le precedenti manifestazioni della cultura tedesca. I traits éternels che Klemperer credeva di ravvisare nel carattere di un popolo, di cui riteneva di aver trovato sempre conferma e che aveva descritto nei suoi lavori filologici, svanivano entrando in contrasto con il terribile presente della sua nazione. Oppure, ipotesi ancora più agghiacciante, andavano letti in un’altra luce: confermavano “una qualche connessione spirituale” tra i tedeschi dell’epoca di Goethe e il popolo del nazionalsocialismo. Il filologo stenta a scegliere un’interpretazione a svantaggio dell’altra, lascia sospesa la sua scelta, non ci dà soluzioni. L’idea del nazismo come perversione, morbo della stessa natura tedesca, manifestazione dei traits éternels del carattere di un popolo, va tenuta in considerazione, in questa sede, non tanto in quanto causa effettiva – ipotesi per altro piuttosto fantasiosa e antistorica- dell’ascesa e dell’affermazione del totalitarismo in Germania, ma piuttosto in quanto espressione del mito politico, ovvero non in quanto mito-fonte, ma in quanto mito-strumento. La centralità della questione della razza, degenerazione dell’idea del carattere nazionale, sta nella sua capacità di fornire un mascheramento ideologico nuovo all’antisemitismo, non fondato su motivi economici o religiosi, e così sistematizzandolo. Un antisemitismo basato sul sangue diviene insuperabile ed indelebile, “nella sua asserita naturalità non è un anacronismo, anzi si adatta bene al pensiero moderno e quindi è per lui quasi un’ovvietà servirsi dei mezzi più moderni per raggiungere lo scopo”351: il massacro prende così la sua forma altamente tecnica ed organizzata. Nelle epoche precedenti l’ostilità verso gli ebrei veniva motivata dal fatto che essi erano estranei alla fede e alle società cristiane, la loro origine poteva essere “cancellata” con l’accettazione della religione e delle abitudini del paese; ma collocare la diversità tra ebrei e non ebrei nel sangue “impedisce qualsiasi accomodamento, perpetua la separazione legittimandola come voluta da Dio”. Il richiamo alle origini utilizzato allo scopo di eternare e legittimare ogni atto politico, raggiunge il suo scopo se riesce a rappresentarlo, anche solo momentaneamente, come fuori
dal tempo, fuori dalla storia, e dunque non più alla portata del giudizio degli uomini.
La trasformazione della lingua tedesca in lingua del Terzo Reich passa proprio per l’ostentazione di questi legami con le origini, intese non come riproposizione del vecchio, ma come fondazione di una nuova lingua capace di riassumere l’intera cultura tedesca in una più compiuta espressione. In questo senso il nazismo, che concilia assieme passato e presente, mito e tecnica, si presenta come vera e propria sintesi tra la disintegrazione dell’“atomo” e il “rogo”.

Questo processo, descritto minuziosamente nel taccuino di Klemperer e ripreso in più punti anche da Cassirer, non si limita di fatto alla costruzione di nuove parole, invero poche, o all’utilizzo nuovo di vecchi termini, piuttosto infonde nella lingua una potenza nuova, che la rende irriconoscibile: “scopro stupefatto che non capisco più la lingua tedesca. Trovo un gran numero di termini che non ho mai udito prima, e constato che i termini vecchi e ben noti hanno acquistato una diversa e bizzarra connotazione. Le parole ordinarie sono cariche di sentimenti e di violente emozioni”.
Lo smarrimento di Cassirer dinanzi ad una lingua che, pur essendo lingua madre, non riconosce più, deriva proprio dall’impossibilità, per lui che non la respira ogni giorno, di tradurre automaticamente l’atmosfera che ormai pervade quella lingua. La traduzione che egli prende in esame per dimostrare la difficoltà di trasporre in contesti diversi quest’atmosfera, ma anche per sottolineare il senso di estraniazione che prova, è quella di alcune parole estrapolate da “Nazi-Deutsch. A Glossary of Contemporary German Usage”, un testo che si prefigge di elencare tutti i termini introdotti da esponenti del nazismo nella lingua tedesca. Nello specifico egli prende in esame due termini Siegfriede e Siegerfriede: per quanto simili nella pronuncia e nell’ortografia, le due espressioni assumono col nazismo significati diametralmente opposti. Siegfriede è composto dai termini Sieg, ovvero “vittoria”, e Friede, “pace”; Siegerfriede invece contiene il plurale Sieger che significa “vincitori”: la pace ottenuta grazie alla vittoria dei conquistatori alleati è una Siegerfriede, mentre invece un pace ottenuta mediante la vittoria tedesca è una Siegfriede, questo perché il singolare può applicarsi soltanto al Tutto monolitico, omogeneo, rappresentato appunto dal popolo tedesco355. Tale omogeneità non è invece caratteristica di popoli nemici, che rappresentano un informe mescolanza di ideologie ed etnie.

La teoria della razza del nazionalsocialismo può riassumersi così in questi due semplici termini, perché queste parole rappresentano un’intera ideologia, un intero universo di valori: “l’uomo che le ha coniate”, sottolinea Cassirer, “era certamente un maestro della sua arte: l’arte della propaganda politica. Ha raggiunto il suo scopo con i mezzi più modesti ed insignificanti. È riuscito a comprimere in una sola sillaba l’intera gamma delle passioni umane, e tutta una scala di odio, di collera, di furia di alterigia e di disprezzo, di arroganza e disdegno”356. Una sola parola è in grado di riassumere in sé l’essenza dell’atmosfera emotiva di un intero regime. “Quest’atmosfera” di cui il linguaggio si fa veicolo “può essere percepita ma non tradotta”357: non è il suo senso manifesto a determinarne l’efficacia, ma il nuovo senso, il nuovo valore dei quali è intrisa.

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