Tutti dentro – Dallo Stato sociale allo Stato penale* di Simone Lucido



– C’è da non crederci. Iniettano odio nelle vene. Fabbricano mostri, là dentro.

– È proprio quello che vogliono, quegli imbecilli.

– Sono convinti che fermeranno il crimine adottando il pugno di ferro.

– Già. Non riesco proprio a crederci, voglio dire al modo che hanno scelto di costruire la prigioni. Poi le riempiono con dei fottuti coglioni che scontano pene per storie di droga da quattro soldi. Li trasformano in pazzi criminali, e poi li rimettono fuori tra la gente normale. È come se allevassero pazzi criminali in serra.
Edward Bunker, Cane mangia cane, Einaudi, Torino 1999.

Nell’agosto del 1789 la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo inaugurava una nuova stagione dell’umanità che avrebbe dovuto mettere fine all’arbitrio del potere sopprimendo, tra l’altro, le punizioni più crudeli e disumane inflitte dallo Stato. Ciò non toglie che nella modernità il carcere abbia assolto al compito fondamentale di punire coloro che hanno infranto la legge dando contemporaneamente soddisfazione a chi, fuori dalle sue mura, constata che qualcun altro, con la sua sofferenza esemplare, sta contribuendo al mantenimento dell’ordine sociale. In questo nuovo orizzonte, alla reclusione è assegnata la funzione di farmaco in grado di curare le peggiori inclinazioni, di stroncare la resistenza dei più recalcitranti e di garantire la funzione dissuasiva della pena. Su questi aspetti, colti nel momento fondamentale della loro definizione, rimando all’analisi di Brossat e, dunque, non ci tornerò. Mi limiterò a sottolinearne le differenti funzioni assegnate al carcere nel panorama moderno per confrontarle con quelle assolte nella nostra contingenza storica. Vale allora la pena di fermarci un attimo per concentrare la nostra attenzione sulle modalità di giustificazione della sanzione penale che legittima la reclusione; se ne possono individuare quattro differenti: espiazione, dissuasione, neutralizzazione e rieducazione1.

Naturalmente le differenti declinazioni di queste modalità fondamentali sono per molti aspetti funzione delle aspettative della società e dei compiti che essa affida al suo apparato punitivo. È infatti proprio nel gioco di rimandi fra dentro e fuori che possiamo renderci effettivamente conto di alcune delle dinamiche essenziali della nostra realtà sociale. Insomma, per capire meglio in che mondo viviamo è importante dare un’occhiata alle sue zone d’ombra, dove potremo forse riconoscere alcune derive della nostra realtà sociale.

La verità, come sosteneva Adorno, si trova ai margini. Questa affermazione mi sembra tanto più interessante se consideriamo come, oggi, nelle società occidentali, il concetto di margine sia diventato estremamente dinamico. Il margine è sempre più funzione di un confine la cui localizzazione non è più individuata una volta per tutte come avveniva nella nostra modernità (quando i diritti di cittadinanza erano un’acquisizione abbastanza stabile che coincideva con le prerogative di una buona provenienza sociale o con l’accesso alle garanzie derivanti dall’avere un lavoro e poterlo mantenere magari per tutta la vita). Oggi

Queste pagine sono dedicate a Morgane per ringraziarla della qualità del tempo passato insieme. 1 Philippe Combessie, Sociologie de la prison, La Découverte, Paris, 2001.

questi confini si spostano sempre più velocemente e basta fermarsi a riflettere su cosa siano diventate molte grandi città per avere un’idea precisa della portata di questo fenomeno2.

La città, che per gran parte della nostra tradizione culturale ha individuato lo spazio della comunità politica, oggi tende a coincidere con lo spazio dell’economia, in contraddizione con l’idea stessa di comunità che originariamente la fondava come spazio della politica. Mentre nell’ideale classico della città, la cittadinanza, l’appartenenza alla comunità politica, solo in casi molto rari poteva essere messa in discussione, oggi, nella città contemporanea, lo spazio della cittadinanza è perlopiù funzione dello spazio economico, i cui limiti e confini variano con velocità folli. Il fenomeno della finanziarizzazione dell’economia e della smaterializzazione della produzione fa sì che «i margini della città non sono più in periferia, sono ovunque si trovano i corpi “nomadi” messi in disparte»3; il corpo (e il suo destino) e il denaro (e le sue economie) sono le categorie più appropriate per rendere conto di questa situazione. La città infatti è lo spazio in cui si materializza una terribile contraddizione; essa è il luogo costruito nel tentativo di dominare la natura, salvandoci da essa attraverso l’autonomizzazione della tecnica. Ma è anche il luogo nel quale è intrappolato l’ultimo residuo organico della nostra umanità, il corpo come limite insuperabile dello sfruttamento del sistema di produzione neoliberista4. Il corpo in fondo non è altro che la prima risorsa alla quale si rivolge il processo produttivo come supporto della forza lavoro (per usare la terminologia marxiana), e l’ultimo scarto, il residuo, di uno sfruttamento terminato o mai iniziato, come nel caso di tutti coloro che cercano, senza riuscirci, di ricavarsi una nicchia in un sistema produttivo che (in occidente) ha sempre meno bisogno di produttori.

Il corpo è dunque quell’ultimo residuo irriducibile sul quale si esercita il potere in quello spazio per definizione antiurbano della nostra postmodernità che è la prigione (ecco perché, fra l’altro, le nuove carceri tendono ad essere extraurbane). Ogni nuovo carcere costruito fuori dal tessuto urbano (ben visibile a tutti raggiungendo o lasciando la città) sta lì a perpetuare l’illusione che sia ancora del tutto vero che l’aria della città rende liberi, mentre afferma che la sua esistenza è il prezzo da pagare per salvaguardare la libertà conquistata… Il carcere non può dunque essere veramente parte della città oltre che per tutte le ragioni illustrate da Brossat, anche perché se venisse integrato questo luogo “altro” della nostra realtà politica e sociale, bisognerebbe attrezzarsi per pensare fino in fondo (cioè trasformare) quella categoria paradossale che è la “cittadinanza” alla quale – in mancanza di meglio e di altro – continuiamo ad aggrapparci come i naufraghi alla zattera della Medusa.

Nel frattempo, gli effetti della flessibilizzazione e della precarizzazione del lavoro (in tutte le sue declinazioni, da quelle tradizionali a quelle della postsmaterializzazione della produzione) forniscono nuovo “materiale umano” sbalzato ai margini della società, mentre sempre più migranti si trovano a tentare di scavalcare questo confine. Per questi ultimi, per definizione “fuori margine”, il carcere diventa un luogo naturale al

2 Michael Hardt e Antonio Negri pongono la stessa questione del “margine” nel più ampio contesto della definizione del concetto di Impero: «Si potrebbe affermare che la sovranità dell’Impero si costituisce ai margini, ove i confini sono più flessibili e le identità più fluide ed ibride. È difficile dire che cosa sia più importante, se il centro o le periferie. Il centro e il margine sembrano infatti mutare continuamente posizione e abbandonano qualsiasi localizzazione determinata» M. Hardt, A. Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano 2001, p. 52.
3 Claude Raffestin, E se la geografia non fosse che la storia di un esilio?, in «Geotema», 1995, n. 1, p. 13.
4 David Harvey, Il corpo come strategia dell’accumulazione, Edizioni Punto Rosso, Milano 1997.
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quale fatalmente prima o poi a molti di loro (… ma anche di noi, nessuno escluso) potrà accadere di appartenere5.

Paradossalmente, proprio la complessità delle società cosiddette avanzate determina il ritorno della violenza (nelle sue differenti declinazioni) come meccanismo regolatore dei processi sociali e della loro brutale semplificazione; come sostiene Salvatore Palidda, “è come se fossimo tornati ai primordi del processo di industrializzazione […] – tanto che oggi si può ritornare a parlare – di un processo che porta ad una cittadinanza dei dominanti e dei cittadini inclusi nei paesi dominanti che, di fatto, passa non attraverso la gerarchizzazione delle altre cittadinanze, ma attraverso la non cittadinanza. Cioè la negazione di qualsiasi diritto, anche il più elementare, degli esclusi, di chi è subalterno, che è la condizione precedente alle conquiste dei diritti universali”6.

Di fronte agli inclusi (posizione sempre più precaria) troviamo così una massa crescente di reclusi (ossia coloro che restano chiusi fuori dai margini della nostra società). Come spiegare altrimenti la crescita esponenziale degli ospiti delle patrie galere7?

Lo Stato tende a farsi da parte, a diventare il fantasma di se stesso per ripresentarsi invece nella sua forma più terribilmente concreta: l’universo penitenziario8. Negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Nuova Zelanda il mix di flessibilità (con lo sradicamento dei sindacati) e programmi di workfare (ossia di forme più o meno velate di lavoro coatto) per coloro che dovrebbero essere i destinatari dell’aiuto pubblico è un dato di fatto. In questo orizzonte prende corpo (attraverso la cattura di un’infinità di corpi) il passaggio dallo stato sociale allo stato penale. Siamo in un passaggio d’epoca nel quale dagli Stati Uniti, dove il fenomeno è più che trasparente, queste dinamiche hanno cominciato a migrare facendo sentire i loro terribili effetti anche nel nostro continente9.

Da una parte, dunque, la precarizzazione del lavoro (solo in parte connessa con la sua rarefazione), dall’altra la trasformazione del Welfare: all’incrocio fra queste due dinamiche si erge, in posizione dominante, il carcere. Per avere un’idea della strada imboccata anche in Italia, basta dare una rapida occhiata al documento del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, pubblicato nel febbraio 2003, dal titolo Libro Bianco sul Welfare. Proposte per una società dinamica e solidale che, come è subito annunciato in apertura del testo, “è il naturale proseguimento del Libro Bianco sul Mercato del Lavoro”10.

5 Le storie di alcune di queste derive che si concludono in carcere si possono leggere in Giulio Salierno, Fuori mergine. Testimonianze di ladri, prostitute, rapinatori, camorristi, Einaudi, Torino, 2001.

6 Simone Lucido, Forme del controllo nella società postmoderna. Conversazione con Salvatore Palidda, in “Segno”, n. 241, 2003, pp. 94-95.
7 A questo proposito si veda Zygmunt Bauman, Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone, Laterza, Roma-Bari, 2001, in part. pp. 113-147.

8 Löic Wacquant, Parola d’ordine: Tolleranza zero. La trasformazione dello stato penale nella società neoliberale, Feltrinelli, Milano 2000.
9 Il caso statunitense è paradigmatico e quindi vale la pena di riassumere alcuni dati riportati da Wacquant; gli Stati Uniti contano circa 35 milioni di poveri, con un tasso di povertà che si aggira fra il doppio e il triplo di quanto accade nella media europea occidentale. Un bambino su cinque sotto i sei anni cresce nella miseria (uno su due se si guarda la comunità nera). Il valore reale del principale strumento di sostegno sociale, l’allocazione alle ragazze madri, dal ’75 al ’95, è diminuito del 47%. (Ibid., p. 56).

10 Grazia Sestini, Guido Bolaffi, Giovanni Daverio (coordinatori), Libro Bianco sul Welfare. Proposte per una società dinamica e solidale, Roma – Febbraio 2003, p. 6.

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Questo documento individua due priorità: gestire la transizione demografica per invertire la tendenza all’invecchiamento della società e rimettere la famiglia al centro delle politiche dello Stato. Attorno a questi due punti si pongono le basi dell’intervento del Governo per garantire le condizioni di esistenza delle fasce più deboli della popolazione. L’attenzione alle derive demografiche (che non a caso non tiene conto della presenza dei migranti) è nell’orizzonte classico della biopolitica (così come è stata definita da Foucault), mentre il ricorso alla famiglia come strumento di ammortizzazione sociale non è solo un rigurgito di una vecchia cultura familistica, ma è da inquadrare in un nuovo orizzonte nel quale lo Stato individua come suoi referenti in materia di assistenza non la società nel suo complesso ma individui e piccoli nuclei di individui (la famiglia, appunto, con il controllo che essa può esercitare sugli individui). Alla deresponsabilizzazione dello Stato su questo piano corrisponde la ratio sempre meno estrema della reclusione e dell’esclusione nel nuovo orizzonte “liberal-paternalistico” (liberale per i privilegiati e paternalistico, tendenzialmente penitenziario, per coloro che infrangono le regole o che rischiano di infrangerle).

Nel documento, le cui indicazioni sono fatte proprie dal Governo, è spiegato come sia pericoloso per la nostra società il suo progressivo invecchiamento, come se la popolazione giovane fosse ancora un bene scarso da proteggere e da riprodurre, facendo finta di dimenticare che contemporaneamente le politiche del lavoro mirano a disincentivare la fuoriuscita dei più anziani dal lavoro e aumentando automaticamente il tasso di disoccupazione fra i più giovani che, non a caso, trovano sempre più la loro sistemazione nelle carceri: il 48,4% dei detenuti delle carceri italiane ha infatti meno di 35 anni, a questi si deve poi aggiungere un altro 17,4% compreso nella fascia fra 35 e 39 anni; dunque, il 65,8% dei detenuti in Italia ha meno di 40 anni11.

Nella cultura politica anglosassone (dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, all’Australia) il passaggio dallo stato “maternalistico assistenziale” a quello “paternalistico penale” è un fatto compiuto; i problemi appartengono al singolo e derivano dalla sua non sufficiente volontà e/o capacità di essere pienamente dentro il sistema e alle sue regole. La povertà, l’emarginazione non sono più problemi sociali (della società nel suo insieme) ma piuttosto il risultato esclusivo della condotta del singolo e lo Stato se ne fa carico nella misura in cui il singolo individuo sia disposto ad accettare le nuove regole del gioco, magari con un sovrappiù punitivo che dovrebbe mirare sia alla sua punizione/rieducazione che a dare un esempio agli altri: «in America, sia in Europa (anche se con qualche ritardo) la questione sociale prioritaria oggi è rappresentata non dall’“eguaglianza economica”, concetto ormai superato, ma dalla “dipendenza dei poveri” inadatti al lavoro per incapacità sociale o imperizia morale»12.

Anche le politiche che si stanno sviluppando in Italia hanno imboccato strade simili se non uguali; sempre nel Libro Bianco, nel capitolo dal titolo “Investire nel sociale” si legge ad esempio che «nell’ottica del from welfare to work lo sviluppo dell’occupazione costituisce un elemento fondamentale della lotta all’esclusione sociale. Un processo che può essere facilitato dalla realizzazione di interventi sociali, compresi quelli nella sfera relazionale, per il recupero di risorse umane attualmente inoccupate a causa della loro fragilità»13. Ancora una volta un problema sociale è ridotto ad una difficoltà individuale; uomini e donne in carne ed ossa

11 Dati del Ministero della Giustizia riferiti al 31 dicembre 2002, aggiornati il 20 marzo 2003, consultabili sul sito http://www.giustizia.it/statistiche.
12 Wacquant, op. cit., p. 30.

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appaiono sulla scena sociale attraverso la categoria astratta “risorse umane”, essenzializzate e “individuate” attraverso l’attributo della fragilità, questione del singolo e non della collettività14. Siamo così di fronte alla sparizione della nozione stessa di collettivo sociale che, evaporando, ci ha consegnato individui isolati, corpi inutili perché incapaci di essere semplice sostrato della forza lavoro. La logica conseguenza di questa modalità di articolazione della relazione singolo/collettività mediata dalla Stato è che, in un numero esponenzialmente crescente di casi, il carcere funge da regolatore fondamentale delle dinamiche sociali.

Ecco perché oggi il carcere non può non essere una questione politica. Perché oggi, come sempre e più che mai, è uno dei luoghi fondamentali delle trasformazioni in atto, paradossale spazio invisibile in cui queste dinamiche diventano trasparenti.

Nell’epoca del “postwelfare”, si afferma dunque una concezione sempre più atomistica della società che prevede “soluzioni biografiche per problemi sistemici” (come fra gli altri ha scritto Ulrich Beck15). Qui è evidente l’apriori antropologico sotteso a questa visione: gli individui sarebbero guidati da una chiara percezione dei loro interessi che sarebbero anch’essi sempre coincidenti con quelli generali; la crisi di questa sorta di armonia prestabilita non può che essere colpa esclusiva del singolo, causata da deficit individuali che lo pongono in una condizione di dipendenza (la povertà nelle sue varie declinazioni), spingendolo alla “scelta” criminale.

Scompare definitivamente dal nostro orizzonte la nozione di classe, sostituita da distinzioni tecnico-morali fra “competenti” e “incompetenti”, “responsabili” e “irresponsabili”, tutte definite e articolate sul piano delle differenze individuali di personalità e su quello delle capacità cognitive. In questa prospettiva l’intervento sociale e quello della polizia tendono a sovrapporsi nel tentativo di dare risposte alla nuova domanda di maggiore sicurezza che si definisce innanzitutto nel compito di imporre “i principi elementari della civiltà e dell’educazione”16.

La ridefinizione del concetto di equità è il presupposto ideologico di questa prospettiva; ancora nel Libro Bianco sul Welfare ne troviamo un’interessante declinazione operativa, solo lievemente edulcorata da una vaga retorica solidaristica: «Equità non significa procedere ad una redistribuzione aritmetica delle risorse. Non bisogna infatti peraltro penalizzare in termini di prestazioni richieste e di risorse concesse coloro che hanno raggiunto autonomamente un grado elevato di efficienza, ma piuttosto imparare dalle esperienze positive»17. Non ci sarebbero più, dunque, svantaggiati e privilegiati, ma bravi ed efficienti lavoratori/consumatori, e cattivi (spesso intellettualmente ipodotati) inefficienti, palle al piede della società per le quali non si può certo chiedere ai buoni lavoratori di rinunciare a quanto faticosamente conquistato. Perfettamente coerente con questa posizione, il tono dell’affermazione che conclude il capitolo dal quale ho tratto l’ultima citazione dove ritornano, tutti insieme, i nuovi termini della questione (anche in questo caso dopo la solita performance di retorica pseudosolidaristica): «Poiché le politiche sociali di un Paese non sono il risultato di un processo episodico ma un’interazione continua tra politiche, attori, strumenti e prodotti, dove i

13 Libro Bianco sul Welfare, op. cit., p. 24.

14 Non a caso nello stesso Libro Bianco sul Welfare (p. 14) c’è, per quanto inarticolata, una critica della Legge 328/2000 che invece identifica il territorio nella sua complessità come quello spazio nel quale i differenti attori della collettività elaborano la rappresentazione dei bisogni e le modalità di intervento.

15 Ulrich Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma, 2000.

16 Sul ruolo ipertrofico della polizia chiamata ad intervenire su tutto, si veda Palidda, op. cit.

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diritti del cittadino in quanto fruitore ed i suoi doveri, in quanto attore, ricoprono un ruolo fondamentale, un quadro di interventi pluriennale ispirato alla continuità dell’azione e alla complementarità dei vari interventi, diventa la via fondamentale per definire un quadro politico di lungo respiro in cui l’efficienza venga coniugata con l’equità, la flessibilità con la selettività»18. Mentre l’equità è citata per doveroso omaggio alla “buona” sensibilità collettiva, la vera partita dello Stato paternalistico (con le sue non casuali protuberanze penali: lo Stato dei leghisti che “ce l’hanno duro” come i loro colleghi postfascisti) si gioca con l’armamentario neoliberista riassunto nella totemica triade efficienza/flessibilità/selettività.

Un risvolto operativo di queste posizioni lo ritroviamo, quasi naturalmente, in un altro documento ufficiale senz’altro interessante per chi voglia comprendere gli snodi retorici della versione italica del trend neoliberista che ha investito l’Europa, ossia nel documento programmatico del Ministro della Giustizia del secondo governo Berlusconi, l’ingegnere leghista Roberto Castelli che, insediandosi al ministero ha subito chiarito in che termini intende assolvere al suo ruolo, scrivendo che «Il motto del ministro vuole essere “Dalla parte di Abele”. Ciò significa garantire agli onesti cittadini che coloro i quali commettono reati, se condannati attraverso un equo processo, debbano scontare la pena che è stata loro comminata. E anche se questo non ripaga il cittadino per il danno subito, viene in questo modo appagata la sete di giustizia che in questo momento promana dalla società civile, una sete alla quale il governo non può non dare una risposta»19.

Solo se incrociamo questi due campi, da una parte il ruolo dello stato nel welfare e, dall’altra, la sua gestione del penale, possiamo avere un’idea abbastanza definita della direzione nella quale ci stiamo muovendo. La retorica del lavoro che risulta da questa intersezione costituisce una vera e propria cartina di Tornasole che ci aiuta a comprendere quale sia oggi la posta in gioco definita dal nuovo ordine neoliberista. Che la relazione fra questi ambiti sia strettissima e “produttiva” per la definizione dei nuovi indirizzi politici appare chiaro proprio a partire dal ruolo che viene affidato al lavoro. Questo viene evocato ed invocato come strumento di redenzione e di crescita morale, come la medicina che curerà i malanni della nostra società giustificando così le proposte di introduzione del lavoro coatto per i detenuti. È sempre lo stesso ministro a dichiarare senza mezzi termini che «Il lavoro […] è un vaccino importante contro la tendenza a delinquere e una valida medicina per recuperare chi ha sbagliato […]. Occorre stabilire il principio che la pena vada scontata con l’obbligo al lavoro. In tale prospettiva, si dovranno compiere i passi necessari per la rimozione degli ostacoli che ancora si frappongono al concreto conseguimento di questo obiettivo. Inoltre, il lavoro deve rispondere il più possibile ad un’effettiva utilità sociale, tale da costituire un concreto “risarcimento” che il condannato deve corrispondere alla società»20.

Inquietante schizofrenia quella di una società che pensa ancora al lavoro come medicina per risolvere i suoi mali mentre è tramontata da un pezzo l’epoca nella quale il lavoro non solo era un diritto che fondava l’orizzonte della cittadinanza ma anche un dovere dell’individuo nei confronti di una società che aveva bisogno del contributo di tutti per crescere.

17 Libro Bianco sul Welfare, op. cit., p. 21.

18 Ibid., p. 22.

19 Il programma per la giustizia del Ministro Castelli, in http://www.giustizia.it.

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Bisogna dunque chiedersi quale sia l’orizzonte sociale che questa congiuntura storica delinea. C’è qui un principio di ridefinizione del senso della biopolitica propria della modernità, così come l’aveva descritta Foucault. La biopolitica era la forma del potere nell’epoca dell’espansione della società industriale; una congiuntura storica nella quale il compito che si era dato lo Stato era quello della cura della popolazione, delle masse necessarie alla produzione (si preparava la produzione di massa per le masse e la forza lavoro era un bene prezioso da gestire e da educare). Oggi la situazione, almeno nei paesi cosiddetti industrializzati, è radicalmente cambiata: abbiamo un surplus, strutturale, di corpi e si pone il problema del loro stoccaggio (e siccome bisogna essere efficienti, è bene che la presa su questi corpi conservi anche la funzione di monito, di esempio, per coloro che restano fuori). Assistiamo dunque ad una ridefinizione degli equilibri fra le differenti modalità di esercizio del potere (non bisogna infatti dimenticare che Foucault stesso precisava che non si da sparizione di una forma sostituita da un’altra, come se si trattasse di una staffetta).

L’aumento della popolazione carceraria è da inserire in questa congiuntura; ma anche l’apparizione in tutta Europa dei Campi di Permanenza Temporanea sono un esempio, forse anche più terribile, di questa dinamica21. Possiamo individuare due estremi di questo nuovo orizzonte: da una parte ci sono i detenuti delle carceri che, privati dello spazio della libertà e del tempo della vita fanno i conti, individualmente, ognuno da solo, con l’istanza che ne giudica i comportamenti intramurari e l’atteggiamento nei confronti del proprio vissuto criminale nel tentativo di aggiudicarsi i premi che li condurranno allo sconto dei giorni o all’accesso ai benefici (non è un caso che i detenuti non siano più quella massa con la quale l’istituzione si doveva confrontare almeno in occasione delle rivolte); dall’altro lato ci sono i migranti reclusi nei campi, dove sperimentano sui loro corpi – visto si trovano rinchiusi proprio perché privi di ogni altro attributo che definisce il cittadino – una presa del corpo senza mediazione alcuna, nemmeno quelle in teoria garantite ai detenuti delle carceri. A loro infatti è negato pure questo status e non di rado i rimpatri coatti si risolvono in tragedia: chi non ha nulla da perdere oltre la vita è messo nelle condizioni di perdere pure quella22.

Nel gioco di equilibri fra la forma di potere incarnata dall’eccezione sovrana che si esercita sul corpo del singolo e il potere dello Stato moderno che si esercita sul corpo della massa come presa in carico della sua vita, assistiamo ad una variazione della geometria dei rapporti che va costantemente tenuta d’occhio. Quella che si era costituita come la zona d’ombra del biopotere, il suo riflesso oscuro, oggi comincia a riemergere con la generalizzazione della reclusione e con la legittimazione di mostri giuridici come i Campi di Permanenza Temporanea.

20 Ibid. Corsivo mio.

21 In un’intervista apparsa su il Manifesto (3 novembre 1998) Giorgio Agamben individuava il fondamentale tratto distintivo dei CPT «Questi luoghi sono stati pensati come “spazi di eccezione” fin dall’inizio. Sono zone pensate come zone d’eccezione in senso tecnico, come zone di sospensione della legge, così come zone di sospensione assoluta della legge erano i campi di concentramento, in cui – come dice Hannah Arendt – “tutto era possibile” perché appunto la legge era sospesa».

22 «A parte la violazione dei diritti umani nei confronti di internati che non hanno commesso alcun reato, stipati in centri

in cui sono privati persino dei diritti e dei servizi concessi ai detenuti delle carceri normali, si stanno dunque sprecando ingenti risorse per ottenere risultati assolutamente insoddisfacenti anche dal punto di vista puramente repressivo»(Palidda, op. cit., p. 194). Infatti, più della metà delle persone internate non sono state espulse avendo dimostrato di essere regolari internati per errore o irregolari non espellibili.

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Proseguendo sulla scia delle argomentazioni di Brossat sulla funzione del carcere (e sul suo impossibile inserimento nel contesto civile), vorrei fermarmi un attimo su quel suo riflesso che è costituito dallo spazio pubblico. Ritengo infatti che non si dia approccio realmente politico alla questione penitenziaria se non si affrontano le relazioni fra queste due declinazioni dello spazio. Lo stesso principio vale per ogni tentativo di riflessione su cosa sia e su cosa potrebbe essere oggi lo spazio pubblico nelle nostre democrazie, riflessione che resta sterilmente monca senza la tematizzazione delle sue relazioni col suo doppio negativo. Per affrontare questo tema e alcune sue conseguenze concrete, farò una breve incursione intramuraria… per poi dirigermi velocemente alle conclusioni23.

Salvatore Palidda ha articolato il concetto di “anamorfosi dello stato di diritto democratico24” per spiegare la genesi, gli sviluppi e gli effetti del continuo passaggio dalla norma stabilita ai fenomeni di cattiva applicazione, deformazione e non applicazione che sfocia nello slittamento dalla norma stessa alla regola informale elaborata in un ambito omogeneo più o meno ristretto (dal gruppo alla famiglia, ecc.). Si tratta di un meccanismo (e di un concetto) che qui, con qualche piccola forzatura, possiamo utilizzare per entrare in alcune dinamiche proprie del carcere e dei mondi che là dentro sono costretti a convivere. In un contesto come il carcere infatti questo meccanismo tende a diventare più che automatico e genera delle dinamiche proprie che costituiscono una parte importante dello specifico carcerario.

Pietro Buffa, direttore del carcere “Le Vallette” di Torino, ha mostrato come sia insito nella realtà mentale del carcere e di chi lo gestisce una paranoia del controllo (il “castellare”) che mentre genera una ridondanza burocratica di norme per la regolamentazione della vita quotidiana implica automaticamente la loro costante rinegoziazione nell’ambito della relazione fra detenuti e sorveglianti. Il Diritto, che per chi si trova fuori dovrebbe stabilire il principio dell’uguaglianza di tutti davanti alle norme, in carcere diventa merce di scambio fra chi sorveglia e chi è sorvegliato, scomponendosi così in almeno quattro livelli di legalità: legalità teorica, legalità, formale, legalità operativa e, infine, legalità praticabile. È negli interstizi di queste differenti declinazioni della legalità e del diritto che si gioca l’esistenza quotidiana dei detenuti e dei suoi sorveglianti, nello spazio fra astrattezza della norma e pragmatismo della “razionalità” applicativa, in un rapporto tutto interno alle mura dei penitenziari (che certo non sono trasparenti né permeabili)25. La constatazione di questa situazione fa dire a Buffa che, per quanto riguarda giustizia e legalità, se la prospettiva dalla quale ce ne occupiamo è il carcere, allora «le poche certezze che possiamo avere acquisito al riguardo si trasformano rapidamente in paradossi e, talvolta, in strade forse senza via di uscita»26.

Ogni carcere è una repubblica autonoma, così era scritto qualche anno fa in uno dei rapporti di Antigone proprio per segnalare l’eterogenità dei vari mondi penitenziari; ma, mentre nell’ideale democratico l’autonomia dovrebbe essere la condizione della possibilità per tutti i cittadini di darsi almeno in parte delle regole proprie di convivenza, in carcere essa rischia invece di sancire esclusivamente il principio dell’arbitrio.

23 Per un panorama aggiornato e coerente della condizione attuale delle carceri italiane rimando a Stefano Anastasia e Patrizio Gonnella (a cura di), Inchiesta sulle carceri italiane, Carocci, Roma 2002.
24 Salvatore Palidda, L’anamorphose de l’Etat-Nation: le cas italien; “Cahiers Internationaux de Sociologie”, 1992, vol. XCIII, pp. 269-298; cfr. Id., Polizia postmoderna. Etnografia del nuovo controllo sociale, Feltrinelli, Milano 2000.

25 Pietro Buffa, La giustizia quotidiana in carcere. Diseguaglianze, paradossi e riforme auspicabili, in “Animazione

Sociale”, Maggio 2001. 26 Ibid., p. 82.

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La soluzione proposta da Buffa consiste nell’aumentare gli spazi della discrezionalità sacrificati all’autotutela burocratica e ai suoi processi di standardizzazione, concedendo autonomia di gestione e fiducia a chi ha la responsabilità di amministrare la quotidianità del carcere, prendendo atto del fatto che l’ambito applicativo delle norme in una istituzione strutturalmente opaca come il carcere è lo spazio di una negoziazione continua in una situazione a fortissima asimmetria, dove si adatta meglio chi ha maggiori risorse (relazionali, esperienza, ecc.). Negli istituti di pena, infatti, si assiste quotidianamente all’instaurazione «di un sistema umanamente imperfetto che si fonda su dinamiche di negoziazione continua, a loro volta basate sull’impiego di criteri di valutazione che “premiano” la certezza di alcuni riferimenti, individuali e sociali, in genere in possesso di detenuti “forti”, a tutto discapito di detenuti “deboli” tutto sommato di limitata pericolosità»27.

Purtroppo questa soluzione sottovaluta il fatto che lo strabismo tendenzialmente schizofrenico degli operatori penitenziari che contemporaneamente devono tenere d’occhio sia la proliferazione delle norme (funzione della burocratizzazione del sistema) che la concretezza della quotidianità è anch’esso un dato essenziale e non un’infelice (ed eliminabile) contingenza: i migliori vanno in burn-out, i peggiori ne approfittano per soddisfare le proprie piccole fantasie di potere. Siamo, temo, in uno dei tanti vicoli ciechi che punteggiano i ragionamenti che possiamo fare intorno al carcere: le soluzioni forse più sensate, come quella proposta da Buffa, proprio per la natura paradossale dell’istituzione della quale ci stiamo occupando, si rivelano anche le meno auspicabili. Il problema fondamentale, infatti, è che senza pubblicità non può esserci discrezionalità che non tenda automaticamente all’arbitrio.

Ritorniamo così alla fondamentale contraddizione fra carcere e spazio pubblico, e alla necessità di pensare la relazione fra queste due declinazioni dello spazio e il loro posizionamento nell’orizzonte politico della nostra democrazia. Cambiando dunque brutalmente il versante della questione e semplificando: lo spazio pubblico è uno spazio collettivo aperto, dove non c’è una selezione di un pubblico particolare; uno spazio materiale che mette gli individui in una situazione d’interazione face à face; uno spazio le cui qualità organizzano un “regime di visibilità” particolare, ossia una certa esposizione allo sguardo altrui, quindi una fonte di socialità; uno spazio che favorisce la sospensione, sebbene non lo escluda, dell’agire strategico; uno spazio che garantisce un anonimato relativo, dove interconoscenza non implica che vi debba essere un rapporto di intimità fra gli individui28. A questi tratti distintivi possiamo aggiungere le caratteristiche ontologiche degli spazi di socialità (un’altra declinazione del concetto di spazio pubblico); questi sono infatti definibili come spazi di sosta temporanea e di cambiamento sociale; spazi di espressione delle emozioni collettive e di costruzione delle identità; spazi di interazione o di confine tra “interni” ed “esterni” ad una determinata società; spazi con contatti sociali di natura informale29.

Lo spazio pubblico costituisce dunque una sorta di ideale regolativo del regime democratico (al contempo causa ed effetto della felice convivenza civile), la cui effettività, nella nostra tradizione politica, è legata però alla costante presenza sul suo sfondo, degli inferi carcerari. Infatti, mentre sembrano fallire miseramente i tentativi di travasare alcune delle caratteristiche dello spazio pubblico all’interno del carcere, l’operazione

27Ibid., p. 85.
28 Ola Söderström, Vers une géographie de l’espace pubblic, in «Arch. & Comport./Arch. Behav.» vol. 7, n. 1, 1991.

29 Marco Torres, “Spazi pubblici nella città moderna e contemporanea”, in E. Piroddi, E. Scandurra, L. De Bonis (a cura di) I futuri della città. Mutamenti, nuovi soggetti e progetti, FrancoAngeli, Milano, 2000, p. 239.

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contraria sembra essere molto più fortunata (ferma restando, come sottolinea Brossat, la differenza “ontologica” fra l’uno e l’altro).
Nella teoria degli spazi che punteggiano la nostra società abbiamo dunque due poli: da un lato lo spazio pubblico (uno dei luoghi fondamentali dove si crea legame sociale e si produce e riproduce senso), dall’altro il carcere, dove, invece, il legame sociale è tranciato e dove si produce e si riproduce follia. È evidente che se il carcere è uno dei luoghi che proliferano nelle nostre società, mentre gli spazi pubblici diventano beni scarsi in via di estinzione30, allora è l’essenza stessa, il fine proprio della democrazia che si viene a trovare “fuori luogo”, spiazzata. Tutto ciò però ripropone una (la) questione fondamentale: che cos’è la democrazia che noi pensiamo, e che cos’è la democrazia che può essere pensata da noi?

Questa domanda ineludibile ha nella questione del carcere un nodo fondamentale, dove la posta in gioco essenziale non è solamente il carcere ma la forma e la sostanza della nostra convivenza sociale. Ecco perché continua ad essere importante il lavoro nelle carceri, con i detenuti, ma anche (e questo è molto più difficile) con il personale penitenziario, nel tentativo di tirarsi fuori da una dicotomia che spesso paralizza costringendoci a scegliere se metterci fra coloro che pensano all’intervento in carcere per renderlo migliore (diventando complici del sistema), o fra coloro che avendo dichiarato la sua irriformabilità non riescono a vedere le dinamiche che si sviluppano là dentro, e che sono fondamentali per la costruzione di nuovi modelli di pratica politica. Il carcere è un luogo assurdo dal punto di vista logico, sociale, politico, istituzionale, organizzativo… ecco perché bisogna frequentarlo politicamente… perché è una sfida irrinunciabile che ci mette costantemente di fronte a molti dei nostri limiti di animali politici.

* Questo testo è apparso come postfazione al volume di Alain Brossat, Scarcerare la società, Milano, Eleuthera, 2003

30 Oggi siamo di fronte alla radicale messa in questione del legame fra politica e spazio pubblico che ha un sintomo chiarissimo nella diffusione delle modalità di intervento delle forze dell’ordine utilizzate Seattle in poi, con gli esiti che abbiamo visto a Genova. Che cosa significa vietare l’ingresso dei cittadini ai luoghi della politica proprio quando questi si materializzano concretamente in occasione dei vari summit? Il potere mostra il proprio volto in una paradossale messa in scena nella quale rivendica la propria inattingibilità escludendosi con la violenza alla vista di chiunque voglia manifestare dissenso (cioè dimostrare mostrandosi, mettendo in gioco il proprio corpo).

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