Renè Girard, La violenza e il sacro




Renè Girard, La violenza e il sacro
di Valeria Cafarelli

Renè Girard, La Violence et le sacré, Éditions Bernard Grasset, Paris 1972, tr. it. a cura di Fatica e Czerkl, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 2008 (ottava ed.)

Da quando venne pubblicato, nel 1972, “La violenza e il sacro” cominciò ad attirare su di sé l’attenzione dell’intero mondo intellettuale, poiché si proponeva di fornire una teoria del religioso totalmente rinnovata.

Renè Girard, attento osservatore di miti e riti nelle religioni primitive, giunge a formulare una nuova teoria del desiderio umano e della violenza, tanto da concepire il sacro come proiezione della violenza stessa, innescata da ciò che viene definito desiderio mimetico, ovvero desiderio per imitazione dell’altrui desiderio o dell’altrui possesso. Obiettivo principale dell’autore è mostrare come il circolo vizioso, generato da questa tensione mimetica, possa essere superato tramite un sacrificio ed indicare, in questo modo, l’eziologia delle istituzioni religiose. Elemento focale dell’interpretazione girardiana è il fatto che la violenza possa dirigere la sua furia distruttiva non necessariamente sull’oggetto che l’ha fatta scaturire, ma che possa in qualche modo indirizzare il suo impeto altrove, cambiando traiettoria e spostandosi su ciò che viene definita vittima espiatoria, nonché oggetto di ricambio.

Gran parte della trattazione è dunque riservata all’analisi del sacrificio e dell’azione sacrificale in genere. Girard rileva una sorta di mysterium del sacrificio, mistero che fino ai nostri giorni è rimasto velato e impenetrabile, ma che i testi classici hanno cercato di portare ad evidenza: il rapporto intercorrente tra violenza e sacrificio.
Muovendosi in questa direzione, il primo passo è quello di rinvenire nella pratica sacrificale una sorta di sostituzione: non c’è violenza che rimanga inappagata, i motivi del suo furore potranno piuttosto essere dimenticati e l’oggetto preso di mira inizialmente essere accantonato per poi essere sostituito. La vittima sostitutiva “non ha alcuna ragione particolare per attirare su di sé i fulmini del violento, tranne quella di essere vulnerabile e di capitargli a tiro”1

Il pensatore francese prosegue evidenziando come anche il sacrificio rituale poggi le sue radici su una simile sostituzione, per trasferire la violenza da certi esseri che si cerca di proteggere, dirigendola verso altri la cui morte risulti di scarsa importanza.

Si spiegherebbe così il ricorso alle vittime animali in molti rituali. La scelta della vittima deve avvenire secondo schemi precisi: essenziale è quello di somiglianza, in un certo senso le vittime devono somigliare a coloro che sostituiscono. Ciò avviene tanto per la sostituzione uomo- animale, come ad esempio nei rituali delle popolazioni Dinka e Nuer, sia per quelle uomo-uomo ed in questo senso
Girard si orienta verso l’interpretazione della narrazione tragica della Grecia del V secolo, fonte inesauribile di spunti tematici.

Come esempio lampante è chiamata in causa Medea, eroina tragica dell’opera euripidea: all’oggetto reale del suo odio la donna sostituisce i suoi figli, bersaglio ben più facile da raggiungere, perché la violenza, fino a quando non riesce a sfociare, continua ad immagazzinarsi, erompendo ad un certo punto nella maniera più disastrosa.

Oltre alla somiglianza con l’oggetto da sostituire, la vittima deve essere parte integrante della società, all’interno della quale il rito sacrificale viene compiuto ed acquisisce valore ed in ultimo la vittima non deve poter essere vendicabile.

Il tema della vendetta verrà ampiamente analizzato nelle pagine di questa affascinante trattazione,

1 R. Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 2008, p.15.

sino a giungere alla conclusione che il sacrificio sia nella sua essenza “una violenza senza rischio di vendetta”2, perché il ruolo del sacrificio è proprio quello di rimuovere qualsiasi violenza intestina e porre fine ad un processo di vendetta che altrimenti risulterebbe senza fine.
Il sacrificio inteso come prevenzione della violenza rivela un nesso inscindibile tra violenza e sacro. A riprova di ciò, viene mostrato come la valenza protettiva del sacrificio viene a crollare laddove esiste un sistema giudiziario, in quel caso il sistema penale opporrà una valida resistenza all’escalationdella vendetta. Di fatto il ruolo del sistema giudiziario non differisce molto da quello della vendetta, semplicemente si perde coscienza della funzione ancestrale che esso andava a ricoprire. Il rito ha dunque come scopo quello di epurare la violenza, di purificarla.
Se dunque il ruolo del sacrificio è quello di ripristinare l’ordine all’interno di una comunità, ben si comprende come, in quest’ottica, un sacrificio impuro o un sacrificio non andato a buon fine (come avviene in tragedie quali La follia di Eracle o Le Trachinie di Sofocle) siano forieri di una vera e propria epidemia, un contagio di sciagure che si perpetrano all’interno di una società in cui l’ordine religioso, dunque culturale, non è stato apportato. In entrambi i casi a farla da padrone è una violenza portata in patria dall’eroe tragico che contagia l’intera comunità.

Quanto Girard sia legato al materiale fornito dalla tragedia greca lo si evince in ogni passo della sua ricerca, la cui analisi ci consente di compiere un ulteriore progresso, approdando al concetto di differenza: la crisi sacrificale si traduce in termini di crisi delle differenze. L’ordine e l’equilibrio di una comunità risiedono nelle differenze culturali, una volta che queste vengono meno lo stesso equilibrio vacilla.

Contrariamente a quanto è ritenuto dai moderni, è la perdita delle differenze che genera la rivalità. Non sorprende allora come in molte società primitive i gemelli scatenino il timore collettivo e siano ritenuti portatori di sciagura.

E’ il tema del doppio, della violenza indifferenziata che l’autore francese evidenzia, tema caro alla letteratura di tutti i tempi ed alla, già numerose volte citata, tragedia. In essa, più che nella mitologia, emergono incalzanti le tracce della crisi sacrificale: strettamente legata alla violenza, la tragedia è

“figlia della crisi sacrificale”.
Si servirà, poi, della sofoclea Edipo re per mostrare le caratteristiche della vittima espiatoria e tracciarne il profilo.
Nel mito di Edipo protagonista indiscussa è l’ira: nessuno ne è immune, né tanto meno Edipo ne possiede il monopolio; egli è semplicemente il primo ad entrare in scena, dunque mostra un solo anticipo sugli altri.

Ogni personaggio si illude di poter governare la violenza, invece è essa stessa che li manovra tutti, inserendoli nel gioco della reciprocità violenta. Ognuno si fa portavoce di una sua verità, non avvedendosi del fatto che tutti partecipano alla distruzione dell’ordine culturale.

Il mito, però, distingue Edipo dagli altri personaggi. Egli è il solo ad essersi macchiato di parricidio e incesto e ciò contribuisce a contraddistinguere la sua mostruosa natura. Ma ciò su cui fa riflettere Girard è, ancora una volta, il concetto di indifferenziazione: parricidio e incesto altro non sono che tentativi di condurre ciò che è diverso all’indistinguibile. In quest’ottica si assiste al rovesciamento della contesa padre-figlio, trasposta in termini di fraternità conflittuale, in cui la posta in gioco risulta essere la madre, nonché oggetto riservato al padre e vietato al figlio. Allo stesso modo l’incesto si mostra come violenza tesa a eliminare le differenze in seno alla famiglia.

Edipo, unico reo di questi misfatti, rischia di contagiare la comunità con la sua mostruosità. Egli solo è il responsabile delle sciagure della città. Egli è la vittima sostitutiva, il capro espiatorio umano, immolato per il ripristino dell’armonia. La violenza sarebbe dotata di un carattere mimetico, se non venisse ostacolata porterebbe l’intera comunità a perire. Ma, come si diceva poco fa, l’impeto distruttivo della violenza non rimane pago fin quando non erompe in un modo o nell’altro. Ed ecco decifrato il valore del capro espiatorio: l’uomo si convince che ad innescare questa mimesi violenta sia un solo uomo, la cui distruzione porterebbe al ripristino dell’ordine comunitario. Nel caso di

Edipo si tratta di addossare la responsabilità su un unico individuo: dopo aver oscillato questa sui tre

2 Ivi, p.29.

protagonisti si fissa su uno di essi, macchiandolo inesorabilmente di colpevolezza.
Qualsiasi comunità in preda al dissesto cercherà di porre rimedio dando la caccia al capro espiatorio: se si è concordi nell’attribuire i mali ad uno solo, sbarazzarsi di lui si tradurrà nel tentativo nello sbarazzarsi della violenza stessa.

Girard vuole condurci a comprendere che qualsiasi rito, anche il più efferato, ha come obiettivo quello di allontanare una violenza maggiore: gli uomini hanno sempre distinto una violenza”buona” da una “cattiva”. Esiste quindi una differenza di violenza, seguire quella “buona” vuol dire ripristinare l’ordine nella comunità. Sull’anatema deve gettarsi lo sguardo unanime della comunità, affinché possa sortire il suo effetto benefico.

Il ruolo che Edipo incarna è quello pharmakos, insieme veleno e antidoto; in lui si vede un personaggio colpevole, spregevole, ma d’altro canto gli si riserva una specie di venerazione.
Tra le pagine de “La violenza e il sacro” affiora l’immagine di Dioniso, al quale l’autore francese dedica un intero capitolo. Il dio dell’ebbrezza è il doppio per antonomasia. Ma prima ancora di condurci di fronte ad esso, Girard si sofferma ad analizzare il significato della festa.

La festa presenta un carattere rituale, in essa si ravvisa quell’annullamento delle differenze di cui si è tanto discusso. Ciò che, in primo luogo, emerge è la trasgressione dei divieti, la tendenza a cancellare ogni gerarchia, ogni ordine imposto dalla natura. Abolire le differenze vuol dire, ancora una volta, abbandonarsi al disordine e alla violenza.

La festa si manifesta come una sorta di preparazione al sacrificio, la crisi stessa è materia di festeggiamenti. Se per la modernità la festa assume le caratteristiche del divertimento è solo perché si è giunti via via ad una graduale perdita del rito, dell’aspetto religioso.

Date tali premesse, non sarà difficile comprendere in che modo Girard si servirà di Dioniso per condurre la sua analisi.
Il baccanale assume tutte le caratteristiche della festa- rito, durante la quale il dio provvede ad abbattere qualsiasi differenza tra gli uomini.
Il baccanale di Euripide si svolge a Tebe, fra le sue donne. La furia forsennata di queste menadi avvolge tutto, solo Penteo, re di Tebe sembra opporvisi, sembra apporsi all’impeto del dio mascherato fa efebo. La festa prende una brutta piega quando in questo gioco di indifferenze tutto sembra perdere il proprio confine decisivo fino a che non degenera in tragedia.
Oltre alla differenza uomo-dio viene abbattuta quella uomo-animale: delirante di rabbia, Penteo

aggredisce un toro, scambiandolo per Dioniso stesso; la madre Agave commette l’errore
opposto, assesta i primi colpi al figlio Penteo, prendendolo per leone.
Ma la demolizione delle differenze per antonomasia è quella che rende identici Penteo al dio.
Effettivamente il re contribuisce al disordine che vorrebbe impedire, diventa anch’egli preda di quell’impeto dionisiaco che avrebbe voluto abbandonare. L’estasi rende uguali, abolisce ogni differenza. E tuttavia alla fine l’ordine divino torna a primeggiare: Penteo, come Edipo, è la vittima sacrificale; dopo la sua uccisione, che appare come manifestazione di un’azione divina, la pace e l’ordine possono tornare a regnare sovrani a Tebe.

Quando apparve sulla scena mondiale il libro di Girard destò non poco scalpore, derivante non solo dalla novità delle sue tesi, ma soprattutto dal rifiuto dei maestri indiscussi di quei tempi.

Oltre che la critica a Lévi-Strauss, l’opera si riserva di criticare con ancora più forza le tesi proposte dal maestro della psicoanalisi, Freud.
In realtà quella che viene tramandata a Girard da Freud è una vera e propria eredità; non è difficile scorgere tra i due filoni di pensiero linee di continuità.
Ciò che il francese rimprovera a Freud è l’aver solo intuito, ma non approfondito la visione mimetica del desiderio. Freud insiste sull’esistenza di un desiderio rigidamente oggettuale, cioè l’inclinazione verso la madre. Per Girard il desiderio mimetico è radicato nella figura del rivale: in tutti i desideri si può scorgere un terzo, oltre al soggetto e all’oggetto, definito rivale, ovvero colui che desidera lo stesso oggetto del soggetto. La psicoanalisi impedisce al filosofo tedesco di seguire il sentiero tracciato dalla mimesis, non giungendo mai a comprendere il carattere mimetico di parricidio e incesto.

Analizzando poi Totem e Tabù, il pensatore francese non cessa di evidenziare i punti labili dell’interpretazione freudiana ed in particolar modo il fatto che il tedesco non si avveda del meccanismo della vittima espiatoria, tanto da non riuscire a scorgere che nell’omicidio collettivo l’immolazione sacrificale, dapprima percepita come criminale, sia manifestazione “divina”. In un certo senso si approssima all’intuizione girardiana quando sostiene che l’eroe della tragedia deve soffrire, poiché gravato da una sorta di “colpa tragica”, ma per quanto vi si possa approssimare, mai riesce a cogliere questa interpretazione a pieno.

Dalle pagine di “La violenza e il sacro” emerge come l’intento del suo autore sia quello di rilevare come il sacrificio della vittima espiatoria sia essenzialmente un evento originario che gli individui unanimemente compiono per tenere a bada la loro conflittualità mimetica. Altro aspetto nodale è il fatto che, per quanto si possa affermare l’esistenza reale dell’evento fondatore, essa sfugge a qualsiasi tipo di dimostrazione. Anche laddove si facesse appello, come Girard stesso fa, ai testi essi non possono che fornire testimonianze indirette e deformate.

Ma il carattere inaccessibile dell’evento fondatore risulta essere dimensione essenziale della stessa teoria che intende giustificare. La violenza fondatrice, per mantenere inalterata la sua natura, non deve mostrarsi. D’altro canto, suggerisce il pensatore, indispensabile ad ogni ordine religioso è il misconoscimento dello stesso.

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