Ian McEvan: “Il mio dispositivo letterario volta le spalle al realismo”

Ian McEvan: “Il mio dispositivo letterario volta le spalle al realismo”

Incontri. Intervista con l’autore inglese sulla sua ultima, magistrale performance linguistica e immaginativa: «Mentre scrivevo il romanzo mi dicevo: non potrai farla franca… Fin dalla prima frase, contavo su un alto tasso di sospensione dell’incredulità»

dal Manifesto Pubblicato il 26.3.2017
di Francesca Borrelli

Ospite del festival LibriCome, Ian McEwan ha passato qualche giorno a Roma, e sebbene centellini le interviste sembra che lo diverta ancora intrattenersi con il suo romanzo, un caso davvero unico di monopolizzazione della scena da parte di un essere al di qua della nascita e, a volte, della volontà stessa di varcare quella soglia.

Quando uscì «L’amore fatale», lei disse che quasi tutti i suoi romanzi sono nati da una immagine che la ossessionava: nel caso di «Bambini nel tempo», per esempio, era un sentiero sotto la pioggia battente, che la portava a una strada piena di curve, al termine della quale si trovava un pub. Questo romanzo da quale immagine è partito?

Caso del tutto unico nella mia carriera, questo libro non è nato da una immagine ma da una frase – «Dunque, eccomi qui a testa in giù in una donna»: sono le parole che costituiscono l’incipit del libro. Solo in un secondo momento ho aggiunto un «so» («così, dunque»). Da dove mi sia venuta questa frase non ho idea, ma ha suscitato la mia curiosità: all’inizio sapevo solo che il mio soggetto sarebbe stato un feto, ma ignoravo che tipo fosse, non sapevo come si presentasse la madre dentro la quale lui dichiara di trovarsi, né conoscevo le circostanze in cui tutto si sarebbe svolto.

Se mi passa il gioco di parole, ho subito sentito che quella frase era gravida di possibilità. Dopo averla scritta non ho fatto più niente per un paio di mesi, del resto penso da sempre che l’esitazione sia un elemento importante del processo creativo. Poi ho cominciato a prendere appunti e lentamente le idee che mi venivano si sono intrecciate con due drammi shakespeariani, l’Amleto e in misura minore il Macbeth.

Quando si è trattato di ideare la copertina, mi è venuto in mente il disegno che Leonardo fece di un feto, e lo abbiamo inserito nella u di Nuthshell.

Tutto è molto ironico, nel suo romanzo, a partire dal parallelismo fra Amleto e il nascituro, chiuso nel suo guscio amniotico, che vagheggia mondi mai visti. Però, allo stesso tempo, due fatti seri fanno il loro corso: uno è il complotto della madre e dello zio per uccidere il padre del nascituro e l’altro è il fatto che di questo futuro bambino non si preoccupa nessuno. Come ha lavorato a tenere intrecciati questi piani senza lasciare che tutto scivolassse nel comico?

Per me questo feto è un eroe esistenziale, e in quanto tale non può che essere solo. Del resto Trudy, la madre, deve stare dietro alle sue bevute e al complotto omicida contro suo marito, mentre il padre gli ha sostanzialmente voltato le spalle una volta che Trudy lo ha lasciato; quanto allo zio Claude, meglio non parlarne.

Però, scherzi a parte, non dobbiamo mai perdere di vista il fatto che non stiamo parlando di una situazione realistica: questo mio feto è solo un dispositivo letterario, un espediente narrativo. A parte tutto il resto, è una scusa che mi sono dato per riflettere su come va il mondo.

Da questo punto di vista Nel guscio è anche un romanzo filosofico, nel senso in cui si usava questa espressione nel mondo letterario francese. Qui abbiamo un essere non ancora nato, ma se gli consegniamo una coscienza, privo di responsabilità come egli è, si trova nella posizione ideale per riflettere sul nostro mondo. Potremmo pensarlo anche semplicemente come una bocca, o una voce che ci parla dalle tenebre. Non sto cercando una giustificazione psicologica per questo nascituro, non lo considero un personaggio vero e proprio: è appunto un dispositivo, che a volte ci guida verso un senso comico, altre volte tragico. Generalmente è pessimista, però è anche vero che il libro si chiude con l’immagine di una vita che comincia, e si capisce – anzi viene senz’altro dichiarato – che il suo scopo sarà la ricerca del senso.

Quale livello di sospensione dell’incredulità richiede al suo lettore ideale: è un problema che si è posto?

Me ne sono preoccupato eccome, ma mi sono anche reso conto che avrei potuto fare ben poco. Mentre scrivevo il romanzo mi dicevo: non potrai farla franca. E così pensai, appena fosse stato pubblicato, di sparire per un po’: temevo che il libro sarebbe stato un inciampo.

Sono d’accordo con lei: fin dalla prima frase, contavo su un alto tasso di sospensione dell’incredulità. La mia speranza era sedurre il lettore entro la fine del primo capitolo, ma molti non sono riusciti a varcare il confine delle prime parole: si sono fermati per scetticismo.

Certamente, tutti sono abituati ad aspettarsi da me testi che poggino su una solida documentazione, concentrati su una realtà che tutti condividiamo, e invece con questo libro volto le spalle alla mia prassi consueta. Visto che mi avvicino ai settant’anni ho pensato che era ora di cambiare: niente più ricerca, basta con la documentazione, fine dei lunghi colloqui con gli esperti…

Già, infatti, la sola pretesa del feto di presentarsi come una «tabula rasa» non troverebbe d’accordo né i genetisti né gli psicoanalisti…

Lo so bene. Per l’ortodossia delle genetica contemporanea l’idea della tabula rasa è del tutto tramontata, così come lo è per la psicoanalisi, e per la psicologia dell’età evolutiva. Diciamo che, per una volta, ho adattato la realtà alle mie convenienze, ho creato da me il mio mondo, un po’ come fanno quelli che si dilettano di giochi al computer. E, soprattutto, mi sono preso una bella vacanza dal realismo.

Per due volte il nascituro ricorda come farsi giustizia con le proprie mani sia roba d’altri tempi, e dà ragione a Hobbes: «spetta allo stato il monopolio della violenza». Insomma, in lui cova l’embrione di un legittimista, o come sembrerebbe altrove di un rivoluzionario?

Il fatto che lo Stato detenga il monopolio della violenza non descrive una situazione perfetta ma è auspicabile, in una democrazia. Quindi direi che questo feto è piuttosto un democratico scettico, una incarnazione dell’illuminismo, una materializzazione del dubbio piuttosto che della fede nella trasformazione rivoluzionaria.

In effetti, più tardi, questo nascituro che sa già tutto del mondo, ha realizzato che «Se l’unico prezzo da pagare per una vita borghese è l’ipocrisia, io me la compro e non la trovo neanche cara». In molti tra i suoi libri, una buona dose di cinismo è parte essenziale dell’attrattiva dei protagonisti, dotati per di più di uno spietato senso critico. Lei ritiene che l’evoluzione del carattere dei suoi personaggi rifletta una sorta di suo progressivo disincanto, o è solo diventato più bravo nel metterli a punto? Insomma: è una questione di tecnica o di vita?

C’è un po’ di entrambe le cose. Però proporrei di sostituire l’aggettivo cinico, che a mio modo di vedere ha una connotazione troppo negativa, con scettico. Direi che, nel complesso, sia per il mio background, sia per le circostanze della mia vita, sia per il mio crescente interesse verso la scienza, questo è l’unico sistema di pensiero che conosco in grado di correggersi di fronte a nuove prove: nessuna religione lo sa fare e, a me pare, nemmeno buona parte delle teorie politiche ammette smentite.

Quindi lo scetticismo è, secondo me, la forma più garbata che prende il progresso, perché comporta il sapersi adattare ai cambiamenti delle circostanze; e sicuramente si sta facendo più forte via via che passano gli anni, anche in me stesso.

È al tempo stesso commovente ed esilarante il fatto che, non ancora nato, il suo protagonista abbia già dei rimpianti: «Mi si chiudono gli occhi di nostalgia – dice – al ricordo di quando fluttuavo libero nel mio sacco opalescente, a spasso dentro la bolla sognante dei miei pensieri, tra capriole al ralenti in un oceano privato…»

Ah sì, quando era giovane…

Già. Ma lei come è arrivato a trovare la giusta voce con cui far parlare questo personaggio non nato?

È stato un avvio lento. L’incipit è sempre la parte più difficile, e proprio trovare la tonalità, il registro adatto è quel che mi ha provocato più difficoltà. Ma una volta messa a punto questa voce, la personalità del feto ha cominciato a emergere. Il lavoro è stato completato in sei stesure, e salvo qualche aggiustamento la prima bozza era molto vicina all’ultima.

Scrivere questo romanzo è stato per me fondamentalmente un piacere, in alcuni momenti mi sono davvero divertito: dopo avere superato la fase iniziale, quella complicata della costruzione della personalità del mio protagonista, tutto è poi proseguito in discesa.

Un altro elemento di ironia del romanzo è dato dalla linearità e dalla velocità con cui va in porto il complotto: Trudy e Claude preparano il veleno, John dopo una brevissima esitazione lo beve e muore. Affare fatto.

Scrivere lo svolgimento del complotto non mi ha creato alcun problema, la vera questione era se i due sarebbero riusciti a fuggire dopo l’omicidio. Il fatto è che molto spesso, se sei un romanziere alle prese con un crimine, ti ritrovi a sperare che gli omicidi la facciano franca. Quando sei immerso in una trama così congegnata, vuoi che vada a conclusione: per esempio che l’omicidio si compia.

Ora, qui c’è un senso di inevitabilità, un fato già prestabilito, e questo avvicina il mio romanzo al modello della tragedia greca. La sola questione aperta è se il feto riuscirà a nascere e a impedire così la fuga della madre e dello zio. Non siamo di fronte a un giallo, non dobbiamo chiederci chi sia l’assassino, ma solo se i responsabili ce la faranno a sottrarsi alla giustizia.

Dopo avere scritto diciassette romanzi, come crede che sia cambiata la sua attitudine verso questo genere narrativo?

È difficile per me rispondere, però direi che adesso mi sembra di essere al tempo stesso più caloroso, più incline al perdono, e più curioso. C’è stato un periodo di mezzo, fra la fine degli anni ottanta e i novanta, in cui avevo un atteggiamento più moralistico, nel senso che cercavo di esercitare una certa persuasione sul lettore per guadagnarlo a quanto stavo scrivendo. È un atteggiamento che ho abbandonato all’incirca quando ho scritto Amsterdam e Espiazione, e ora trovo che dentro i mie libri metto me stesso molto di più.

Prima i miei romanzi si presentavano come sistemi chiusi, quasi sigillati rispetto all’esterno, mentre ora tendo a introdurvi i miei interessi, che sono la musica, la poesia, la storia, la scienza. Se i miei primi intrecci erano un po’ claustrofobici, adesso vanno verso un traguardo aperto, e questo probabilmente dipende dal fatto che sono diventato più tollerante, ma anche più scettico.

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