l’obiettivo del potere : si deve aderire alla distopia

di Lorenzo Pennacchi

“È il mondo del “Big Brother is watching you”. Anche qui Orwell aveva ragione, ma non avrebbe mai potuto immaginare del tutto lo scenario odierno. Se è innegabile che il “Grande Fratello”, inteso come élite finanziaria e mondiale, controlla costantemente le vite degli individui, è anche vero, che sono gli stessi singoli a guardarlo e venerarlo, sia sotto forma di reality sia nella sua struttura sistemica, globale e consumista.”

“Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”.

Sono pochi i libri che, come “1984” di George Orwell, sono stati in grado di predire ciò che sarebbe accaduto in futuro. Dal 1948, data della pubblicazione del libro, sono passati più di sessant’anni e la distopia è divenuta realtà. Certo, non nella maniera eclatante descritta dall’autore inglese, ma in un modo molto più oscuro, ma pur sempre totale. Totalizzante è, infatti, la maniera in cui il sistema odierno riesce a tenere a bada i propri membri, trattandoli al pari di ingranaggi di una grande macchina: ognuno può conservare la propria libertà, nella misura in cui si limiti a compiere le proprie mansioni, immorali e sottopagate che siano. Di fatto, libero significa essere schiavo. Schiavo del lavoro, del consumo e del mercato. Un circolo vizioso, architettato a tavolino, dove l’individuo è inserito fin dalla nascita e dal quale non vede vie di fuga.

Michel Foucault, nel suo corso, del 1978, “Nascita della Biopolitica”, si riferiva esattamente a questo. “Biopolitica” letteralmente significa “politica concernente la vita”: non si tratta più del soggetto attivo che si occupa degli interessi della comunità, ma delle varie tecniche di governo e forme di potere che si rivolgono al singolo in quanto essere umano. Non si parla di “uomo politico”, ma di politica che si integra alla vita degli uomini, concedendo loro, azioni in spazi controllabili: “al vecchio diritto di far morire o lasciar vivere, si sostituisce il potere di far vivere o di relegare alla morte”. È la nascita della politica “governamentale”, determinata a manipolare e riprodurre tecnicamente, i processi costitutivi dell’umano. In questo meccanismo totale di controllo, gli attori sono i tecnici, l’obiettivo quello di creare parametri standard, le tecniche tutte quelle pratiche e strategie tanto di indirizzo quanto correttive. In questo scenario, il fine della politica, è divenuto semplicemente quello di regolare i bisogni fondamentali della vita delle persone, in un determinato territorio. Il politico è divenuto un contabile, finalizzato esclusivamente a massimizzare indici di efficienza e competitività. Allo stesso tempo, è il singolo, l’uomo comune, a chiedere che ogni momento della sua vita venga controllato. Così il cittadino, diviene un consumatore sovrano, perfettamente integrato nel sistema capitalistico di stampo neo-liberista.

Noam Chomsky sostiene che i sistemi democratici devono, non essendo intenzionati a mantenere l’obbedienza con la forza, non solo controllare ciò che il popolo fa, ma anche quello che pensa. Per questo, il filosofo e linguista statunitense ha elaborato la lista delle dieci regole per il controllo sociale. La prima, e la più importante di esse, riguarda la strategia della distrazione: “sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli il tempo di pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali”. Tra le altre, si trovano la strategia del differire, ovvero il riuscire a far passare delle decisioni impopolari come dolorose ma necessarie, o ancora, la capacità di creare problemi per poi offrire soluzioni.
Il controllo diviene l’elemento fondamentale della contemporaneità. Grazie ad esso, gli uomini ottengono spazi autonomi, dove possono, come sostiene sempre Foucault, “scegliere le condotte”, ovvero prendere scelte individuali, rintanandosi in un universo creato su misura, rinunciando progressivamente alla loro libertà politica. Questo meccanismo, del resto, è quello che noi, cittadini occidentali del XXI secolo, viviamo ogni giorno. Bombardamenti mediatici continui modificano il nostro pensiero, muovono le nostre azioni e regolano la nostra vita. Marchi multinazionali onnipresenti si instaurano nella nostra quotidianità. Demagoghi, tecnocrati e burocrati sfruttano la passività generale, per ergersi in cima ad una piramide sociale, tanto ricca materialmente quanto povera spiritualmente.

È il mondo del “Big Brother is watching you”. Anche qui Orwell aveva ragione, ma non avrebbe mai potuto immaginare del tutto lo scenario odierno. Se è innegabile che il “Grande Fratello”, inteso come élite finanziaria e mondiale, controlla costantemente le vite degli individui, è anche vero, che sono gli stessi singoli a guardarlo e venerarlo, sia sotto forma di reality sia nella sua struttura sistemica, globale e consumista.

Come ha osservato giustamente il sociologo Zygmunt Bauman, i vari meccanismi di controllo, sono tra i responsabili maggiori del passaggio da una realtà comunitaria, ad una artificiale, innaturale, vuota. È la società dei numeri, forse degli individui, ma sicuramente non delle persone. Lo status di persona, infatti, si acquisisce se si è in grado di concepirsi come essere nel tempo e nello spazio. Ma nella società del controllo, il tempo è quello di un eterno presente e lo spazio è quello dell’indifferenza, dell’apatia e del consumo costante. “Controllare” e “consumare” sono due termini che si fondono sempre più, fino a divenire la stessa cosa. Consumo dunque sono, è questo che i poteri forti non fanno altro che ripeterci. Contesto dunque sono, è ciò che noi dovremmo rispondere loro. Tornare ad essere massa critica è la nostra sfida più urgente. Al di là del controllo, verso quell’orizzonte chiamato libertà.

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