Il divino è follia

si ringrazia temenos
Il divino è follia

Conferenza di Umberto Galimberti

La follia ci appartiene esattamente come la ragione. Una società civile dovrebbe accorgersi che quello che noi chiamiamo ragione è la follia. Ma c’è una follia che viene prima e ci riguarda tutti. Si può fare amicizia con questa dimensione ma deve essere un’amicizia prudente. Jung dice che quando si indaga l’inconscio con percorsi analitici non tutte le porte vanno aperte perché questa dimensione antecedente è potente, è quella dimensione attorno a cui sono accaduti eventi potentissimi, la religione come luogo di regolazione della follia e poi la ragione (grazie alla quale Kant diceva che l’uomo è uscito dallo stato di minorità) che però non si è ancora fermata veramente a riflettere su se stessa.

La ragione è un sistema di regole utili nelle relazioni umane che ci consente due vantaggi: di intenderci e di non entrare in angoscia. E’ stata codificata da Platone, noi pensiamo e parliamo come Platone ci ha insegnato. Parliamo secondo il principio di non contraddizione per cui una cosa è se stessa e non altro, il bicchiere non è altro. Questo serve per non entrare in angoscia (non è un arma impropria, ma qualcosa che serve per bere, per contenere l’acqua).

Le cose sono tutte ambivalenti o polivalenti in quanto al loro significare. La ragione determina l’univocità del loro significato. Questa univocità (e non altro) si impara da bambini quando prendiamo in mano il bicchiere e cerchiamo di usarlo come martello e la mamma ce lo toglie di mano dicendoci: “Questo bicchiere serve per bere e non per altro”. Intorno ai 5/6 anni si entra nell’età della ragione (dalla confusione si procede alla conoscenza). Prima i bambini vivono una situazione schizzo-frenica dove tutte le cose si mescolano quanto al loro significare e non stanno insieme in quanto alla univocità del loro significato.

Questa nostra cultura che è fondata sul principio di non contraddizione nato in Grecia, una civiltà che ha pensato molto e che nel Partenone ha trovato il periodo di massima espressione, il suo apice e per poi iniziare la decadenza, il declico. Questa cultura è la cultura del tramonto.

Platone fissa le basi del pensiero occidentale che si chiamerà ragione.

Quando dico che il bicchiere è il bicchiere e non altro non dico la “verità” ma una convenzione, un codice, un norma. Questo perché il bicchiere è anche altro dal punto di vista fenomenico. Se io lasciassi il bicchiere nella sua indeterminazione, la condizione che si verrebbe a verificare sarebbe quella dell’angoscia. Quando prendo il bicchiere chi è di fronte a me non si sa più cosa farò. C’è uno stato di allerta. La ragione nasce come tentativo di ridurre l’angoscia. E l’angoscia è quel sentimento che va prudentemente differenziato dalla paura. La paura è un meccanismo di difesa di fronte ad un pericolo individuato. Paura di qualche cosa. Se vedo la tigre o un cane che mi rincorre e scappo. L’angoscia non ha un obbiettivo individuato e visualizzato.

Ci si angoscia per l’imprevedibilità, per il venir meno di significati univoci. Non ci si angoscia per questo e per quello. Lo si vede nei bambini, finché le luci sono accese il bambino vede l’orsacchiotto, il letto…e questo è il mio pollice da succhiare. Quando spegniamo la luce il bambino non ha paura del buio ma prova angoscia per l’indeterminazione. Il buio non c’entra perché basta che la mamma, che è mediatrice di tutti i significati, si avvicina al bambino, questa angoscia cessa. La mamma accompagna a poco a poco il bambino ai significati delle cose. Al che ne dicano gli psicoanalisti, l’umanità non si è riunita intorno al focolare ma intorno ad un grido, un urlo di terrore, di angoscia (Emanuele Severino, Il parricidio mancato). È così che ha fatto gruppo l’umanità, è così che è nata la società, difendendosi dall’imprevedibile.

E si è difesa attraverso i riti, la ripetizione continua e ininterrotta di certe movenze che poi si aggancia a significati mitologici dove si racconta una storia che diventa un paradigma. I miti funzionano così. Come si è comportata Athena le forze hanno avuto un particolare esito, così anch’io se mi comporto in un certo modo. I miti oltre ad essere delle storie sono dei paradigmi di comportamento. Modelli che funzionano. Così ti accade la stessa cosa che ti racconto nella narrazone. Poi divengono gesti e rituali. Attraverso questa ritualità si costruisce un ordine, un codice di comportamento. Rito in sanscrito è ordine. Levi Straus andò in sud America e a capo di questa tribù che incontrò c’era una donna? Ma come mai chiese? “Suo padre gli aveva insegnato a parlare, tutti i riti, tutti le preghiere da fare nelle varie occasioni e i comportamenti da tenere nelle varie occasioni: le donne non toccano le freccie, gli uomini dormano sull’amaca mentre le donne per terra, etc”. Prima di questi processi rituali c’è il caos, polivalenza di significati. Tutte le cose sono polivalente e allora bisogna determinarle. E’ chiaro che la ragione è violenta. Dire che il bicchiere non è altro è decidere, cioè uccidere le altre possibilità. Ragione, univocità, codice per difendersi dalla follia originaria.

Un altro principio che fonda la ragione è il principio di causalità. Anche questo principio è da prendere con le pinze in quanto a verità. Se metto del ghiaccio in un bicchiere d’acqua verrebbe da dire che il ghiaccio raffredda l’acqua, causa l’effetto di raffreddamento. La fisica ci insegna che le molecole dell’acqua fredde sono più lente, mentre dell’acqua calda più veloci. L’effetto statistico del loro incontro fa si che l’acqua scaldi il ghiaccio e viceversa il ghiaccio raffeddi l’acqua. Non causalità ma effetto statistico di due processi che si incontrano. La violazione del principio di causalità e non contraddizione sono connessi alla dimensione dell’angoscia. Se vedo il fulmine ma non arriva il tuono che mi aspetto emerge l’angoscia perché me lo aspetto, non mi spavento per il sopraggiungere del tuono.

La filosofia nasce come contenimento dell’angoscia, sentimento presente solo dell’uomo. L’animale non prova angoscia perché ha delle procedure di comportamento automatiche previste dal codice istintuale.

Religione (religo) = Contenere la follia e il sacro

Nelle religioni la dimensione della follia è la dimensione del sacro. Il sacro è il luogo di massima violenza, è un luogo selvaggio nel quale succedono omicidi, guerre, stupri, macelli. E’ il luogo caotico e indifferenziato da quale proveniamo. Sacro in sanscrito vuol dire separato. Separato da cosa? Dal profano, cioè dal tempio (Phanum=tempio, “io taglio”), la piazza dove si svolge la vita normale degli uomini. Il sacro è un luogo pericoloso per l’uomo. Dentro il tempio si agita la dimensione sacrale, è li contenuta, dentro si svolgono i sacrifici, morte, corpo e sangue. Distinzione del tempo feriale dal tempo festivo e la festa è luogo sacro.

La “festa” è sacro, possono accadere tutti gli eccessi, esagerazione, maschera, si ammazzano gli animali, si spreca, etc. La festa è l’interruzione delle regole. Per questo tutte le feste sono comandate. Da chi? I sacerdoti in quanto rappresentanti del sacro comandano la trasgressione, espressione della follia collettiva, che oltrepassa il limite per ribadirlo, è ombra di poca memoria per poi consegnarci nuovamente alla ragione (Jaques Bataille), dove c’è regola, norma, comandamento.

I sacerdoti sono coloro che hanno un piede nel sacro e un piede nel profano e maneggiano in nucleo di follia che ci abita e che se non è ben regolata diventa un nucleo terrificante. Il sacro è luogo dell’indifferenziato, non ci sono distinzioni e tutto si mescola, è mescolanza di significati, non c’è orientamento, giudizio…è caos. La tocchiamo dentro di noi e la vediamo nei bambini. Noi nasciamo schizzo-frenici. I bambini vanno custoditi perché trattano le cose dalla polivalenza dei loro significati e non secondo un codice razionale. Le mamme stanno attente perché i bambini sono sottoposti alla sovrabbondanza di significati che il reale conferisce. I bambini sono folli e poi diventano razionali gradatamente. I poeti sono folli. Attingono al luogo originario della follia primaria di cui abbiamo parlato, da distinguere dalla follia secondaria che è invece ben regolata da un codice razionale, che è poi la violazione delle regole (vado in auto contromano e centro cinque automobili).

Gli allievi di Socrate devono diventare razionali per controllare e contrastare questo caos originario il cui grande scenario era stato espresso dalla tragedia greca, che è tragedia di morte, amori, sconfitte, omicidi. La ragione è superamento del tragico per Nietzsche. Per essere poeta invece devi essere abitato dal Dio. Pindaro dice “Non parlo io ma il Dio che mi abita, di cui sono il profeta, colui che parla al posto di…”. Anche Cassandra dice “Non è Cassandra a dire queste cose ma il Dio racchiuso nel suo corpo”. I poeti sono Entusiasti (En-theos) cioè hanno dentro Dio. Ma il dio è anche il luogo della follia e dell’indifferenziato. Gli uomini pregano gli Dei soprattutto per tenerli lontani oltre che per ottenere grazie, perché la loro presenza è l’irruzione di ciò che gli antichi consideravano follia.

Nella mitologia greca c’è la rappresentazione di tutto, delle passioni umane, dell’umana follia. I greci, con le loro rappresentazioni, hanno preso la loro follia, il loro teatro interno, e lo hanno messo fuori, rappresentato, messo in scena, con una competenza maggiore degli psichiatri di oggi. I poeti sono i narratori e i cantori della follia. La luna è un astro, ma anche qualche altra cosa. Per essere poeti bisogna infrangere la ragione. Tutti i progetti creativi attingono all’ambito della follia.

Karl Jaspers, nell’opera “Genio e Follia”, prende in esame le opere di Van Gogh, Strimberg, Svedemburg e di Hoderling; dice che ogni volta che noi cogliamo una perla non dobbiamo dimenticarci che è la malattia della conchiglia. L’artista deve sacrificare al mondo della follia, deve scendere negli abissi della follia perché dal mondo delle regole non può nascere niente. Solo scendendo negli abissi della follia può nascere qualcosa di nuovo. Anche la storia, con le rivoluzioni, dimostra che queste esplosioni folli rinnovano distruggendo, con teste tagliate e sangue. Enantiodromia tra ragione e follia.

I nostri sogni sono la destituzione della ragione. Appena la ragione tace salta fuori quello che noi siamo. Collassa la mia identità, la dimensione temporale, collassa i principio di causalità e di non contraddizione. Il sogno nasce dal nucleo folle che ci abita. E noi dovremmo averne cura piuttosto che disagio. Invece ce li dimentichiamo e li trattiamo come degli indovinelli, li giudichiamo o li interpretiamo con i parametri della ragione. Sono narrazioni che ci descrivono la nostra follia, ma appena li raccontiamo già li abbiamo messi nei canoni della ragione. Se non ci spaventiamo i sogni sono rivelatori del rapporto che abbiamo con noi stessi.

I greci, secondo me il popolo più “intelligente” della storia non avevano solo il “singolare” e il “plurale” ma anche “il duale”. Nel plurale usiamo la ragione e ci rapportiamo l’un l’altro attraverso strumenti razionali. Nel singolare siamo di solito a contatto con la nostra follia, quando parliamo con noi stessi e ci rapportiamo con le nostre dimensioni profonde, inconscie con le quali entriamo in intimità, ci incantiamo.

Nell’indagine di queste dimensioni profonde non c’è psicologia o psichiatria che tenga, perché se la psicologia vuole essere scienza allora dovrebbe essere, questa follia, uguale in ognuno di noi. Ma se tutti i casi sono diversi? I contenuti che prendono te non sono quelli che prendono me. Siamo individui per la specificità della nostra follia e invece quando ragioniamo siamo come tutti, nella norma, usiamo gli stessi codici, convenevoli e saluti. Ci presentiamo con la nostra funzione, con la nostra “maschera” pubblica.

I greci hanno messo in rilievo il duale come condizione dell’amore. Freud non ha dubbi: l’amore è un delirio. Il linguaggio degli innamorati è il linguaggio dei deliranti. “Senza di te non posso vivere” oppure “Quando vai via mi crolla il mondo”. Nella relazione duale nasce poi un linguaggio che capiscono solo i due innamorati. L’amore va a colpire la mia follia, i due si intercettano al di sotto della ragione ed entrano in contatto con le loro follie. E fintanto che quelle due follie sono inesauribili e congruenti si amano. Anche ignote, perché non si può razionalizzare tutto nelle cose d’amore. Follia è sim-ballein, mettere assieme più significati, pluralità. Come dice Platone la sofferenza è di chi ama. L’amore mette insieme la “simbolica” dell’altro. Non c’è codice che possa racchiudere questa follia. Amore è contaminazione di due follie fino a che non vengono mangiate e divorate dalla ragione. E poi non c’è più nulla da dire.

La follia non è definibile, diventerebbe un elemento razionale. La dimensione amorosa è simbolica perché mette assieme più significati, è ridondante e infinito. E poi l’inquietudine, perché non si sa che cosa nell’altro ci ha affascinato. L’amore è la contaminazione di due follie, che dura fino a che queste due follie non vengono divorate dalla ragione. E la follia non è definibile, altrimenti non sarebbe follia.

In un passo dell’Oddisea ad Achille era stata portata via da Agamennone, capo degli achei la sua schiava preferita, Briseide. Allora Achille non va più in guerra e quando Achille non va in battaglia i greci perdono. Allora viene inscenato un gioco dove si mettono in mezzo dei doni e Agamennone mette Briseide in modo che Achille se ne appropri, perché la sua posizione di capo non può consentirgli di chiedere scus e di restituire ad Achille la ragazza. Ma poi Agamennone va da Achille e gli dice “Non accusarmi di averti portato via la tiua schiava. Sai quali Athai (violenza) gli dei mettono nella mente degli uomini (è attribuita agli Dei)”. E Achille risponde: “Si conosco le athai che gli dei mettono nella mente degli uomini sconvolgendole”.

Molti si scandalizzavano quando Bush e Saddam parlavano in nome di Dio. Ma Dio è la guerra. Dio è il luogo di massima violenza. La violenza è negli Dei, che vogliono il sangue. Dei che sono il luogo di proiezioni umane. La follia detta in modo mitologico.

E cosa ha fatto Edipo? Ha risolto l’enigma, è entrato nella città di Tebe e come aveva annunciato la profezia uccide il Padre e sposa la Madre. Ha mescolato le cose! È entrato nello scenario della follia perché non ha rispettato le differenze. Ha ucciso il padre è si è unito con la madre. Ha scambiato le cose. Il bambino con il superamento edipico deve arrivare a capire le differenze. Il figlio non può avere accesso alla madre e non può uccidere il padre perché non ha la forza. Le differenze stanno alla base della razionalità. Dobbiamo allenarci a leggere la realtà in modo simbolico. Nel mondo greco esiste questo principio: “Non mescolare le cose!”

I miti greci ci parlano spesso di questa dimensione sacrale della vita e di cose su cui l’uomo non ha potere. Molte parole hanno più significati. Del resto la mitologia è nata in Grecia che aveva una lingua di circa ottantamila parole, mentre quello romano solo di quattromila: un vocabolario per parlare della guerra e di problemi di idraulica. Come l’inglese di oggi che non serve a pensare, naturalmente.

Anche il mito di Dioniso è significativo. Euripide nelle “Baccanti” parla dell’ingresso di Dioniso nella città che porta allo sconvolgimento, all’accadere della follia collettiva. Dioniso visto qui come Dio della Follia. È l’abolizione delle leggi, del comportamento condiviso, della razionalità: i vecchi si comportano come i bambini, le donne fanno a pezzi Penteo nella loro mistica frenesia. E nessun uomo può allontanare il Dio, bisogna aspettare che Dioniso si congedi da sé.

Gli psichiatri, ancora alla fine dell’ottocento, nelle loro relazioni prognostiche scrivevano D.C. che significava “Deo concedente”. Se Dio concederà alla follia di lasciare la mente di quest’uomo lui rinsavirà. Siamo tutti abitati da un dio, intendendo qui non il Dio Padre, ma la dimensione sacrale.

Certo i greci erano pagani perché adoravano gli dei “falsi e bugiardi”, ma anche nella tradizione ebraica succedeva la stessa cosa.

Dio dice ad Abramo di sacrificare suo figlio e di offrirlo. Anche se gli ferma il braccio il comandamento glielo ha dato. Kierkegard, grande filosofo cristiano, ha scritto pagine meravigliose su questo concetto. Dice che la dimensione religiosa è l’oltrepassamento della ragione, perfino della morale. Infatti Dio dice ad Abramo di uccidere, di trasgredire alla morale dei dieci comandamenti. Del resto Gesù sta con le prostitute, con i pubblicani, trasgredisce la legge e va oltre. Se non si va oltre non si può prendere contatto con la dimensione sacrale. Anche Mosé quando riceve il decalogo sul monte non può avere il faccia a faccia con Dio; potrà riconoscerlo in seguito dalle sue orme.

Non si può avere un faccia a faccia con Dio perché Dio non ha un volto suo, è tutte le facce, tutti i volti, l’indifferenziato. “Non nominare il nome di Dio” più che un comandamento è una constatazione, perché non si può nominare il nome di Dio, nessuno uomo può dire Javeh. Anche il mondo arabo non concede un volto a Dio. Il cristianesimo, dando un volto a Dio, ha desacralizzato il sacro. Gli ha dato un volto e per giunta buono, dividendo il bene dal male. Il cristianesimo è la più ragionevole e razionale delle religioni.

Quando Giobbe si ammala e tutti se ne vanno, allora gli amici pensano che allora poi così giusto non era se ti è capitato tutto questo. Quando arriva una malattia ciascuno di noi è portato a chiedersi: “Perché proprio a me che non ho fatto niente di male?”. È la domanda di Giobbe! Allora Giobbe cerca di fare ragionare Dio, che è l’irrazionale puro, ciò che sta al di la della ragione a dispetto di ciò che gli uomini ne hanno fatto. Giobbe chiede a Dio: “Ma se sono giusto perché tutto questo?”. Non c’è codice per leggere la dimensione sacrale, i disegni divini sono imperscrutabili. Dio rimane scandalizzato che Giobbe gli chieda ragione del suo comportamento! A Dio? Ma dove era lui quando Dio creava il mondo? Riempiva il mari di pesci e l’etere di uccelli?
Nel cristianesimo Dio è buono e tutto il male viene dal diavolo tentatore e dall’uomo.

Perché i bambini muoiono? Perché lo Tzunami? Non si può sapere perché Dio è l’antecedente della razionalità! Noi facciamo fatica ad entrare in queste cose, nel mistero del sacro. Non siamo più aiutati dalla religione cristiana ad entrare nel mistero. Il cristianesimo non si occupa più del sacro, si occupa di altre cose: aborto, fecondazione assistita, scuola pubblica e privata, etc.

Battesimo, cresima, matrimonio ed estrema unzione rappresentano la dimensione sacramentale che avveniva all’interno della comunità perché noi non ce la facciamo a reggere la follia. Oggi questi eventi sono diventati luoghi di regali, pasticcini, confetti, etc.

Entrare nel sacro vuol dire entrare nella follia e nel mistero e bisogna essere accompagnati. Ecco il fenomeno delle sette come tentativo di rientrare nella dimensione del sacro. Anche la droga è uno strumento per accedere al sacro e alla sua dimensione folle.

La religione non si occupa più della sua funzione fondamentale che è la gestione della follia collettiva, dell’indeterminazione che ci abita. Bleuler, maestro di Jung, che ha dato un grande contributo alla comprensione della schizofrenia, dice che noi siamo una “popolazione”. Dentro di noi c’è tutto: il bambino, il vecchio saggio, il maschio nelle donne e la femmina nell’uomo, etc. Ogni mattino ri-emergiamo da uno scenario di follia e pian piano recuperiamo le regole della razionalità. Durante la giornata il mio io è continuamente influenzato e colorato dalla mia popolazione interna, dai vari umori della giornata. Gli islamici pregano cinque volte al giorno per confrontare l’umore della giornata con Hallah.

Nel vangelo, in un passo celebre, Gesu incontra un indemoniato e gli chiede il suo nome: «Qual è il tuo nome?» Egli rispose: «Il mio nome è Legione perché siamo molti». Jung usa il termine coscienza, utilizzando una parola tedesca che significa “diventare coscienti”, perché è il lavoro di ogni giorno fin che ci riusciamo.

Se nella prima parte della vita bisogna svilupparla questa ragione, nella seconda parte della vita è importante accedere alla follia che è dentro di noi. Attingere anche se con qualche cautela, perché le “potenze” non prevalgano.

Umberto Galimberti, conferenza, Monza 2 febbraio 2008

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male 64 years old
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