Dalla mitologia pagana al culto dei santi

Dalla mitologia pagana al culto dei santi di Maria Mantello
Pubblicato su Lettera Internazionale (numero doppio 73-74)

si possono concepire miti molto antichi, non ne esistono di eterni; perché è la storia umana che passa il reale allo stato di parola, ed essa sola regola la vita e la morte nel linguaggio mitico.
R. Bartres, Miti d’oggi

…ti mostrerò il Logos e i misteri del Logos, spiegandoli con simboli che a te sono familiari…Questi sono i misteri dei Baccanali! A questi puoi essere iniziato, e danzerai intorno all’ingenerato eterno e solo unico Dio, cantando con noi il Logos di Cristo.
Clemente Alessandrino, Protreptico ai greci

Ciò che oggi si caratterizza come religione cristiana esisteva già presso gli antichi, e non mancò mai fin dall’inizio dell’umanità, fino a quando Cristo apparve in carne ed ossa, da quando cioè la vera religione, che già preesisteva, incominciò ad essere chiamata cristiana.
s. Agostino, De doctrina christiana

I miti sono le elaborazioni dei desideri, delle ansie e delle paure dell’uomo religioso; la speranza di appagamento psichico con cui egli cerca di rassicurare la propria esistenza. Del mito non interessa la verifica empirico-razionale della narrazione, ma che questa sia lo specchio simbolico in cui perdersi… proprio come Narciso.

Perché il mito eserciti appieno la funzione per la quale lo si è inventato, però, occorre anche che sia condiviso da un gruppo religioso, che nella pratica dei rituali ne
confermi la sacralità e ne alimenti il “mistero affabulatorio”.
I popoli antichi, i greci e i romani, in particolare, dovevano tuttavia avere piena consapevolezza del carattere inventivo dell’affabulazione mitica, se molteplici erano le storie di dei, ma anche quelle che ruotavano intorno ad una stessa divinità. La religione non costituiva per loro la Chiesa
unica e totale, come sarà con il cattolicesimo che farà della conversione (anche forzata) la sua strategia di evangelizzazione, ma si configurava come rinforzo dello spirito di adesione alla terra, del sentimento di comunione del gruppo con le diverse divinità a cui si chiedeva la protezione (individuale e collettiva) per il miglioramento dell’unica vita concreta da gestire. Gli dei costituivano una sorta di “pantheon vivente”: personificazioni delle aspirazioni terrene degli uomini, potevano benissimo moltiplicarsi, perché così aumentavano “gli aiutanti” per portare a buon fine le azioni umane.
Il cristianesimo, agli dei del politeismo, contrapponeva la Croce per tutti, il dolore e il martirio auspicabili, anzi da ricercare come strada di espiazione per guadagnare il mitico cielo dopo la morte. Pretendeva anche di essere depositario di una Verità Assoluta che tutti avrebbero dovuto abbracciare abbandonando i falsi idoli. All’inizio, però, costituendo i i suoi fedeli un’esigua minoranza, per giunta vista con grande sospetto per il disprezzo verso la vita reale e per la pretesa di separare il “cittadino” dal “credente”, l’impresa di eliminare le divinità pagane appariva assai ardua. I cristiani, allora, cercarono di assimilarle adattandole ai propri fini. E’ accaduto così, che gli antichi dei hanno continuato a veicolare…sotto le sembianze del Cristo, della Madonna, dei Santi.

Culti solari – Cristo – Mithra

I nostri più antichi progenitori dovettero ben presto accorgersi dell’importanza del sole per la fecondità della terra e per la loro stessa vita, pertanto ne festeggiavano i cicli e lo veneravano come un grande dio, capace di dominare con la sua luce le tenebre del dolore e della morte.
Un mito greco raccontava che Elios al tramonto salisse in una coppa d’oro, fabbricata per lui da Efesto, e che addormentato venisse trasportato dall’Oceano verso Oriente per poi salire, all’approssimarsi di Aurora, sul suo carro trainato da velocissimi destrieri, e così riapparire nuovamente in cielo per annunciare un nuovo giorno.
Un mito rassicurante. Esprimeva la certezza che il sole sarebbe ricomparso dopo ogni notte.
Ma, di fronte ad un cosmo che si conosceva assai poco, di fronte ad una natura da cui totalmente si dipendeva per le precarie condizioni di vita che i lunghi inverni rendevano ancor più incerte, proviamo ad immaginare lo sconcerto quando la luce solare tramontava sempre prima, lasciando spazio alle tenebre sempre più lunghe. Pensiamo alla paura, vedendo che il prezioso astro, in pieno inverno, per un giorno intero sembrava non doversi muovere più.
Di fronte a quel solstizio (sole fermo), di cui noi oggi sappiamo tutto, l’umanità sentiva in pericolo la sua stessa vita. Pertanto, quando il Sole riprendeva nuovamente la sua fase ascendente -che dura fino al solstizio d’estate dove si verifica il fenomeno inverso- l’evento era motivo di grande giubilo. Finalmente tornava la speranza di vita: Elios aveva vinto le tenebre. E quel giorno era la grande festa della Nascita del Sole Invincibile. In tutto l’impero romano, anche quando il cristianesimo stava mettendo le proprie radici, si celebrava il Dies Natalis Solis Invicti.
Il Sole era venerato da tutti, e non è un caso che i popoli del Mediterraneo, tra il 25 dicembre e il 6 gennaio (quest’ultima era la data del solstizio secondo il computo egizio) celebrassero la nascita di un dio solare: in Egitto Horus-Ra, il figlio che Iside, la vergine dea lunare aveva concepito ridando vita alla divinità solare Osiride; in Babilonia e in Siria l’unico figlio della dea Ishtar, Tammuz, di cui i Greci importarono il culto, ne fecero l’amante di Afrodite e lo veneravano col nome di Adone, nato dalla corteccia del prezioso e profumato albero della Mirra (quella che i re Magi offriranno al bambino Gesù); in Persia Mithra, il cui culto si diffuse in tutta l’Asia e in Europa; ma anche il tanto popolare Dioniso greco, il cui nome compare già su una tavoletta micenea del XIII sec. Lo scrittore latino Macrobio scrive, che con le fattezze di un bambino nel solstizio d’inverno lo si faceva nascere (come un bambinello lo tirano fuori da una buia caverna …in quel giorno che è il più corto di tutti – Saturnalia, I, 18).

Gli stessi cristiani, in principio, erano confusi con tutti gli altri adoratori di dei solari, tanto che Tertulliano, ad esempio, sente il bisogno di sottolineare: sono in molti a ritenere che il Dio cristiano sia il Sole, questo perché noi preghiamo rivolti al Sole che sorge e perché in questo giorno siamo felici, ma per motivi completamenti diversi da quelli degli adoratori del Sole (Apologeticum, 16, 9-11).
La festa cristiana era la Resurrezione del Cristo. Ma, visto che il “Natale del Sole” continuava a richiamare tanti fedeli, i vescovi nel terzo secolo cercarono di sostituirvi il “Natale del Cristo”, festeggiandolo il 6 gennaio in Oriente, il 25 dicembre a Roma. Nel 337 papa Giulio I stabilirà per tutti il 25 dicembre.

Dopo che il Concilio di Nicea (325) aveva definito il Cristo Luce da Luce, volendo affermarne dogmaticamente la preesistenza rispetto al Sole, l’impegno liturgico per evitare le pericolose confusioni già denunciate da Tertulliano divenne una costante. Basti pensare all’inno di s. Ambrogio, Splendor paternae gloriae, dove Cristo è il Vero sole… principio aurorale da cui tutto ha avuto origine e che tutto guida (verusque sol… Aurora cursus provehit/ Aurora totus prodeat).

Anche l’ottavo giorno, originariamente dedicato al sole, con la collaborazione dell’Imperatore Costantino, era diventato “il giorno del Signore” (la domenica che tutti conosciamo).
L’ottavo giorno aveva una formidabile valenza simbolica per i popoli antichi, che gli attribuivano una sorta di sacralità. Nell’epopea di Gilgamesh, ad esempio, la nave che deve salvare l’eroe e la sua famiglia dal diluvio salpa nell’ottavo giorno. Nel racconto biblico del diluvio, otto sono le persone della famiglia di Noè salvate nella famosa arca…
In un ottavo giorno è collocata anche la Resurrezione del Cristo, a cui il cristiano è iniziato col battesimo, pertanto, i primi fonti battesimali si edificavano su pianta ottagonale. Nel mistico otto – affermava s. Ambrogio- deve sorgere la casa del nostro battesimo (De mysteriis).
Ma torniamo al Natale. A Betlemme, s. Girolamo celebrava la nascita di Gesù, in quella che la tradizione cristiana vuole sia la grotta della Sacra Natività. Una grotta, come narra lo stesso s. Gerolamo, che aveva sentito i vagiti di Adone (Epistulae, 58, 3). Adone era una divinità della rigenerazione della natura. Una delle tante in cui si proiettava il desiderio che la terra desse abbondanza di grano, non facendo così mancare la possibilità di avere il cibo fondamentale: il pane. E Betlemme significa “casa del pane “. Quel pane che ancora oggi nel mistero eucaristico i cattolici evocano ingoiando il corpo del Cristo (Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame. – Giovanni, 6, 35).

Il passaggio dalla tenebra alla luce, era celebrato anche nel culto di Mithra, che importato a Roma dai legionari, divenne popolarissimo e rappresentò per il cristianesimo un formidabile concorrente.

A Roma tantissimi erano i mithrei: a s. Clemente, a palazzo Barberini, alle terme di Caracalla…, ma anche nei dintorni di Roma, come ad esempio a Sutri, o nel parco archeologico di Ostia antica, dove ne sono stati rinvenuti ben 12.
Mithra ispirava molta fiducia anche all’imperatore Costantino, che sebbene già convertito al cristianesimo, in occasione dello scontro con Massenzio, a ponte Milvio, il 28 ottobre del 312, oltre alla Croce non dimenticò di portare con sé in bella vista anche le Insegne di Mitra.
Il cattolicesimo non era ancora religione di Stato, come poi accadde sotto Teodosio con l’Editto del 380, che stabilì la persecuzione dei non cristiani: Vogliamo che tutti i popoli a noi soggetti seguano la religione che l’apostolo Pietro ha insegnato ai romani…si creda nell’unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno stolti eretici, né le loro riunioni potranno essere considerate vere chiese; essi incorreranno nei castighi divini ed anche in quelle punizioni che noi riterremo di infliggere loro.

Anche i fedeli di Mithra, venerato come dio da almeno 1500 anni prima della nascita del Cristo, saranno allora perseguitati.
Come altre divinità solari e della fertilità della natura, Mithra era chiamato “il Sole invincibile”, “Il Salvatore”. Era ritenuto dio supremo, figlio del Sole, e Sole lui stesso, lo si rappresentava con un’aureola di raggi solari intorno alla testa, come avvenne poi anche per il Cristo. Un mito raccontava che Mithra, per ordine di Elios avesse ucciso il toro dal cui corpo si generarono erbe e piante: dal midollo il grano, dal sangue la vite, ecc. Così, nella narrazione si univa alla forza vitale del sole quella della fertilità della terra.

Mithra nasce al solstizio d’inverno, e proprio per simboleggiare il passaggio dalle tenebre alla luce viene al mondo in una grotta, altra analogia con il Cristo. Intorno all’altare circolare, simbolo del cielo con i suoi 12 astri (12 erano i compagni di Mitra, così come 12 sono gli apostoli di Cristo) si svolgeva il pasto sacro consistente in pane, acqua, vino, a ricordo dell’ultima cena del dio prima della sua salita al cielo sul carro del Sole per ricongiungersi al Padre. Una cena e una salita al cielo che non può non farci pensare ancora al racconto del Gesù cristiano.

Sull’altare, dove il rito in onore di Mithra si officiava, era esposto un disco che ricordava il sole, da mostrare (ostensio) ai fedeli. Un’altra somiglianza col rituale cattolico, dove l’ostensorio, circondato dalla preziosa raggiera d’oro, e contenente “il corpo del Cristo”, durante la messa viene adorato. Ma anche altri sono gli usi che il cattolicesimo ha preso da questo culto: il copricapo dei vescovi non si chiama forse ancora mitra? E il termine Pater – Padre, con cui si chiamava il primo sacerdote di Mithra, non si usa ancora per i sacerdoti e per il capo della Chiesa di Roma, il Papa? Ma anche stole, paramenti, incenso …tutto ricorda Mithra, come pure l’uso di inchinarsi a mani giunte davanti all’ostensorio.
Nelle viscere della terra, sotto la basilica di s. Clemente a Roma, come abbiamo già ricordato, ci sono i resti di un antico tempio del dio. Questo mitreo, situato al terzo strato, allagato dall’acqua piovana che aveva formato un vero e proprio lago sotterraneo, è stato bonificato agli inizi del XX sec. Esso rappresenta la grotta dove si voleva che fosse nato Mithra. Vi sono raffigurate le costellazioni, di cui le quattro più grandi sono le stagioni, che il sole col suo ciclo determina.

Sulla facciata frontale dell’altare è raffigurato Mithra mentre uccide il toro, e su quelle laterali, da un lato Caute con la torcia alzata: il sole nella sua fase ascendente, e dall’altro lato Cautopate con la torcia abbassata: il sole discendente. Una mirabile figurazione trinitaria cosmica dunque: Mithra, Caute, Cautopate, che non può non ricordare, almeno per analogia, quella successiva della Trinità.

Ancora nel V sec. i culti solari erano molto radicati a Roma, tanto che papa Leone Magno in un sermone natalizio così rimproverava i suoi fedeli: E’ così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani …si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente. Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto…Infatti anche se intendono venerare il Creatore della luce leggiadra, e non la luce stessa che è una creatura, devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto pagano…( Sermones, XXVII, 4).

Miti della fertilità e Resurrezioni

Nel mondo antico i miti solari si intrecciavano con quelli della fertilità della terra, capace di produrre dal suo grande utero la vita.
Originariamente questa grande madre doveva essere semplicemente la nera roccia, i cui santuari si trovavano in luoghi montani, che da lei prendevano il nome. Memoria di queste “madri montane” veicola ancora oggi nei tanti santuari cattolici dedicati a Madonne Nere: ad Oropa, vicino Biella; sul Monte Sacro di Varese, a Montovolo, sull’Appennino tosco emiliano; a Montserrat, al centro della Catalogna, dove si venera la famosissima “Moreneta”…(ma l’elenco delle Madonne nere è lunghissimo: nella sola Francia ne sono state individuate più di 90).
Alla Grande Madre i popoli mediterranei attribuivano un potere illimitato, e per questo è stata chiamata dagli storici Potnia. Nell’iconografia minoica è rappresentata con leoni (la forza) e serpenti (la generazione della vita), ma anche sopra l’arca sacra, a dominio delle acque e delle fasi lunari, a cui si legava la fecondità. Presso i Greci la luna era la dea Selene (selas = luce), ma si chiamava anche Mene, che significa mese, la cui radice è anche quella di mestruo.

La Grande madre mediterranea ha vari nomi: Cibele – Iside – Rea – Era – Gea – Demetra – Cerere – Ecate – Artemide – Diana….Tutte queste dee erano preposte al “mistero” della fecondità della natura e a protezione dei parti. Mediante loro si cercava di controllare l’antro oscuro, la profondità non visibile, misteriosa, e quindi tanto più paurosa: la Notte.

Come narra un frammento orfico, in origine era il Caos, la Notte (Nyx) che fecondata dal vento depone nell’oscurità il suo uovo d’argento da cui nasce Eros, dalle ali d’oro, che porta alla luce “spalancandosi” (Chaos significa anche apertura) cielo, terra, acque…
A Roma -come testimonia Macrobio- si erano diffusi riti misterici in cui si adorava l’uovo cosmico: Interroga gli iniziati ai Misteri… essi venerano l’uovo per la sua forma tondeggiante, quasi sferica, chiusa da ogni parte e che racchiude in sé la vita, da chiamarlo principio del mondo…principio del cosmo. ( Saturnalia, III, 7, 16). Un altro frammento orfico narrava dell’accoppiamento della Dea Madre con Ofion, il serpente raffigurato con la coda in bocca, simbolo del cosmo e della perfetta eternità e ciclicità del tempo nell’avvicendarsi delle stagioni e della vita. Da questa unione scaturiva un Uovo cosmico, che all’equinozio di primavera, quando il giorno e la notte sono uguali, cominciava ad essere scaldato dal Sole, per poter “spalancare”, come nel mito di Nyx, tutta la vita in esso contenuta. Vale la pena ricordare, che sempre in un equinozio cominciava la storia del Cristo con quella famosa Annunciazione dell’angelo Gabriele, che la Chiesa romana festeggia il 25 marzo: lo spirito santo verrà su di te e la potenza dell’altissimo ti coprirà dell’ombra sua (Luca: 1, 35).

Nell’affresco dell’abside della cappella romanica di Saint-Gilles a Montoire è raffigurato un Cristo in trono, che tra i piedi tiene un uovo da cui si diparte una fascia equatoriale. Il significato che la Chiesa gli attribuisce è senz’altro quello del Cristo che domina il cosmo e che crea il cosmo, ma una lettura meno ortodossa potrebbe vedervi il residuo dell’antico uovo cosmico della materia-natura che tutto genera.
Ma torniamo ai culti della fecondità e della rinascita della vegetazione.
Euripide, nelle Baccanti, aveva individuato in Demetra e Dioniso le più importanti divinità per gli umani: Due tra gli dei sono i primi/ per gli uomini: Demetra divina/ (che è la Terra, e puoi chiamarla/ come vuoi), essa nutre/ con il frumento secco, e a lei da presso/ quel dio che nacque da Semele/ e spreme l’uva e con tal bevanda/ spegne i dolori dei miseri mortali.
In società dove l’agricoltura si era ormai consolidata, Demetra era divenuta una dea madre assai importante per i greci, che da lei facevano dipendere la nascita del frumento in primavera, quando dall’Ade tornava la figlia Kore (La fanciulla, Persefone) e le due dee spesso nel mito costituivano un tutt’uno, nella capacità di controllare le misteriose profondità della terra… facendo germogliare il frumento.
In Grecia, ma anche in Italia (in Sicilia in particolare) in onore di Demetra tra ottobre e novembre, in coincidenza della semina, si celebravano le Thesmoforie, perché la dea protettrice del grano lo vegliasse sottoterra, attraverso Persefone, che dall’Ade sarebbe risalita in Primavera per garantirne la Resurrezione.
Durante le Tesmoforie, venivano impastati col miele e col sesamo i mylloi, focacce a forma di vulva, che venivano offerti alla grande madre Demetra. In occasione delle festività cattoliche per i defunti vengono ancora preparati, soprattutto nell’Italia centro-meridionale, dolci assai simili a base di miele e a forma di rombo (il mostacciolo romano, il papassinus di Oristano, il Gattò di Nuoro, il pane ‘e sape e i mastrazzori in Sicilia… sono solo i più noti).
Il miele era come noto il cibo degli dei. A Creta si narrava che Rea avesse partorito Zeus in una sacra grotta di api, e sempre a Creta si onorava la dea Melissa, che significa ape. Il cattolicesimo ne trasforma la fertilità pagana nella razia divina. Così, ad esempio, uno sciame d’api si posa sulla bocca di s. Ambrogio in culla, a simboleggiare la “vocazione” del futuro vescovo di Milano.

Se il grano e l’orzo, quindi il pane e la birra, erano legati a Demetra e a Persefone, il vino (ma chi non lo sa?) era legato a Dioniso. La popolarità e la diffusione del suo culto è dimostrata dalle innumerevoli storie che ruotano intorno a questo dio.

Anche Dioniso conosceva i segreti dell’Ade, sia perché era morto e resuscitato, sia perché vi era penetrato per trarne la madre Semele (Sotterranea). Racconti questi che ne rafforzavano la simbologia di rigenerazione.
In un frammmento si legge: Mi immersi nel grembo della signora, regina sotterranea; / poi scesi nella bramata corona con i veloci piedi: .. Agnello caddi nel latte (frammenti orfici, 36°). Dioniso dunque è l’agnello sacrificale, proprio come sarà Cristo. Ad Atene, Dioniso si onorava anche nelle fattezze di un capretto, e nei misteri si beveva vino e si mangiava la carne cruda di un agnello o di un capretto a lui sacrificato … Come si vede nella mitologia il mangiare “vero corpo e vero sangue” di un dio spesso ritorna… E non sempre metaforicamente!
Dioniso, il “divino fanciullo”, era stato fatto a pezzi dai Titani, solo il kradiaios , che significa “cuore”, ma anche “legno di fico”, era stato recuperato ed affidato ad Ipta, Grande Madre in Asia Minore, raffigurata con sul capo un lìknon (canestro) con dentro un phallos. Cesti analoghi erano portati in testa dalle donne durante le feste in onore di Dioniso.

La simbologia fallica accompagna i miti della fertilità: Cibele ed Attis, Osiride ed Iside, Ermete Itifallico o Trimigisto, Dioniso, Priapo, Sabazio… Essa è tipica di tutti i popoli dell’antichità, che proiettavano la capacità di vivificazione del seme maschile sulla natura tutta, come ci testimoniano i reperti archeologici in Egitto, in Anatolia, nella Frigia, a Creta…, ma anche in Italia. Ad Alatri, ad esempio, sull’architrave della “porta minore” dell’imponente cinta muraria (lo strato più antico risale al VII sec.) si possono osservare tre falli in bassorilievo che compongono uno ψ greco.

Ebbene, questa antica simbologia di vivificazione della natura, che la Chiesa romana nella sua ossessiva sessuofobia ha cercato di esautorare, è essa stessa ad evocarla, ad esempio, nella liturgia della benedizione dell’acqua battesimale, quando il sacerdote vi soffia sopra tracciando uno ψ greco (cfr. Hugo Rahner, Miti greci nell’interpretazione cristiana, EDB, 1980, pp.100-101); ma anche quando immerge nel fonte battesimale il cero, simbolo della fecondazione dello Spirito Santo, santificando di grazia quell’acqua con cui la Chiesa rigenera i suoi figli.

Anche il frigio Attis era un dio della rigenerazione. La sua autoevirazione in onore di Cibele, costituiva il sacrificio alla terra madre e la garanzia della costante fertilità della natura, che avrebbe assicurato abbondanza di messi.
I romani avevano importato il culto di Cibele e di Attis in occasione delle guerre puniche. In provincia di Avellino, su un antico tempio dedicato a Cibele, oggi c’è il santuario di Montevergine, dove è usanza che le giovani spose offrano alla Madonna il loro abito nuziale a protezione del matrimonio e come auspicio di fertilità.
Dio della fertilità era anche Osiride, il primo, pare, ad inaugurare la serie dei morti e risorti. Le feste in suo onore si celebravano al tempo della semina del grano, sparso sul fertile limo del Nilo, così come le membra di Osiride, fatte a pezzi dall’invidioso fratello Seth, erano state seppellite da Iside in diverse parti, a significare la speranza di abbondanti raccolti in ogni luogo. A Vienna, nel Kunsthistorisches Museum, su di un sarcofago di basalto nero, è raffigurato Osiride che dona alla natura il suo sperma divino.
Residui di questi antichi culti della fertilità della terra, mediante una “divinità fatta a pezzi”, sono stati conservati nella tradizione cattolica. Ad esempio, a Matera, il 2 luglio si festeggia la “Madonna Bruna”. Per la città si snoda una processione e viene trainato un grandioso carro allegorico, con in poppa la statua della Madonna. Al termine della processione, una volta che il carro ha riportato nella cattedrale la statua della Vergine, ripercorre nuovamente le strade. Allora avviene il così detto “sfascio”: i fedeli lo assalgono
per farlo a pezzi, tenendo per sé, come una preziosa reliquia, parti più o meno grandi delle raffigurazioni in carta pesta di cui sono riusciti ad impossessarsi.

Ai primi di luglio iniziano le operazioni di mietitura del grano. Il grano “viene ucciso”, ma una parte si deve conservare, come evocano le reliquie augurali del carro di Matera, per essere nuovamente seminato perché germogli a nuova vita. Come i mietitori egizi innalzavano inni purificatori ad Osiride per chiedere perdono del grano tagliato (ucciso), così il carro della Madonna Bruna, forse, viene benedetto dal vescovo e portato in processione, prima di essere “falcidiato”.

Molta della simbologia degli dei morti e risorti ritorna anche nel mistero della Resurrezione del Cristo. Prima di Cristo anche Osiride, Dioniso, Attis, Adone, Mithra, di cui abbiamo parlato, risorgevano in Primavera, e come lui, forse ad indicare i tre mesi più freddi dell’anno, dovevano attendere tre giorni.

Il Cristo casto e purificato nel suo stesso sangue sale alla luce del dio padre, dopo aver sperimentato per tre giorni (“triduum sacrum”) la notte – terra del sepolcro, nei passaggi tenebra-luce: il tramonto del venerdì, la notte del sabato, l’ascesa della domenica.
Ma nella simbologia del viaggio misterico di morte e resurrezione del Cristo i rapporti “visibile” e “invisibile” sono ribaltati: la vita visibile terrena è quella apparente, e l’invisibile lontano cielo assurge a vera vita: la spiga-corpo e il vino-sangue non sono promessa di felicità nella vita, ma promessa della Resurrezione celeste.

La Piena di Grazia: metabolizzazione della Grande Madre

Apuleio, nelle Metamorfosi ci presenta questa apparizione:

Una massa di capelli folti leggermente ondulati, si allargava ovunque sulla divina nuca e fluiva giù con molle grazia. Una corona intessuta di molti e svariati fiori le cingeva il capo alla sommità; proprio nel mezzo, sopra la fronte, emetteva una chiara luce un disco dalla superficie piena, che somigliava ad uno specchio…simile alla luna (…) indossava una veste di lino sottile, dal colore cangiante, ora di un bianco accecante, ora gialla come il croco, ora fiammante di rosso splendore… un mantello correva intorno al capo…poi pendeva in basso con pieghe molteplici sino all’orlo inferiore…Sparse sull’orlo ricamato e sull’ampia superficie del mantello rifulgevano le stelle, e in mezzo ad esse una luna piena effondeva una luce di fiamma …i suoi piedi d’ambrosia calzavano sandali di foglia di palma, simbolo della vittoria (Metamorfosi, XI, 3).

E’ Iside che appare al protagonista Lucio, al momento della sua iniziazione-rinascita, ma la descrizione potrebbe tranquillamente riferirsi alle tante raffigurazioni di Maria, la madre del dio fatto uomo, La Vergine dall’Immacolata Concezione.
Nel suo inno di Natale, s. Ambrogio loda Il Redentore che ha fecondato Maria col suo “mistico soffio”: Veni, Redemptor Gentium, / Ostende partum virginis/ …Non ex virili semine/ Sed mystico spiramine/ Verbum Dei factum est caro/ Fructusque ventris floruit (Vieni Salvatore delle Genti, Rivelaci il parto verginale… non da seme umano/ ma da soffio mistico/ il Verbo di Dio si è fatto carne/ e il Frutto del ventre maturò). Si tratta della tesi della fecondazione attraverso l’orecchio (“conceptio per aurem”) usata dai padri della Chiesa per spiegare la verginità della Madonna. In questa singolare ipotesi patristica, tuttavia, oltre al soffio di vento che fecondava l’uovo cosmico, di cui abbiamo detto, veicola anche il mito greco di Galizia, “la ragazza-donnola”, che col suo apparire aveva distratto le Moire e consentito il parto di Eracle, il figlio di Zeus.
La donnola si credeva che fosse fecondata attraverso l’orecchio, e questo racconto molto probabilmente, come ha osservato uno dei più grandi esperti di mitologia, Karoly Kerenyi, suggerì ai padri della Chiesa che Maria fosse stata fecondata da dio attraverso le parole dell’angelo annunciatore.
Simone Martini, nella sua celebre “Annunciazione” conservata agli Uffizi, fa spiccare sul fondo oro della tavola, su cui si stagliano le figure dell’Angelo e della Madonna, le parole del versetto del Vangelo di Luca: Ave gratia plena, Dominus tecum, che si dipartono dalla bocca dell’angelo fino all’orecchio di Maria. Ed ancora in un’altra celebre “Annunciazione” del 1486 di Carlo Crivelli (conservata alla National Gallery di Londra), c’è un raggio che dal cielo si dirige all’orecchio della Madonna.

La grande dea madre, che simboleggiava la nascita della natura tutta, con Maria, diviene la piena di grazia, l’ancella del Signore, la madre “puro spirito” di un figlio “puro spirito”.
Tuttavia, nella società contadina dove la fertilità era considerata un valore primario, la “Madonna del Frumento” a Milano, prende il posto di Demetra, e la Madonna del Melograno di Pestum, quello di Era Argiva, al pari di tante altre Madonne sparse nel mondo dall’evangelizzazione cattolica. A Capo Colonna, vicino Crotone, su una scogliera che domina il Golfo di Taranto, si ergeva un maestoso tempio dedicato ad Era Lacinia, protettrice dei matrimoni. Qui nel mese di maggio le donne di Crotone si recavano in processione per chiedere grazie alla dea. Oggi questa stessa processione si svolge, ma in onore di Maria Theotokos, la Madre di Dio.
Nell'”Apocalisse”, Maria è la donna rivestita del sole, con la luna sotto i piedi e una corona di stelle sul capo. E così è raffigurata nella stragrande maggioranza dell’iconografia che ha accompagnato fino ai nostri giorni il suo culto.
Una divinità lunare, dunque, come anche s. Bonaventura nei Proverbi la definiva: che bella luna deve essere stata Maria quando quell’eterno Sole fu da lei pienamente ricevuto e in lei concepito
(7.20). Le divinità lunari, per la relazione della luna con le maree, erano associate al mare, ma anche alle stelle, come guida nella navigazione, impresa certamente non facile nell’antichità.

E Maria diviene la Stella maris, che guida nelle tempeste, e nel buio della notte del peccato (d’ogni fedel nocchier fidata guida, come la definì anche Petrarca), ma anche la protettrice dei marinai.
Originariamente, stella del mare (stella maris) era Afrodite, la prima a comparire sul far della sera, e la prima a scomparire alle prime luci dell’alba. Al Vespro era detta Espero, e all’alba Fosforo. Un canto mariano assai noto ne conserva la memoria nella metabolizzazione della stella Maria: De l’aurora tu sorgi più bella, coi tuoi raggi a far lieta la terra. E fra gli astri che il cielo rinserra/ Non vi è stella più bella di te…
Attraverso Maria, la piena di grazia , quindi, i simboli cosmici della fertilità della terra e delle acque, legati alle dee madri continuano a veicolare.
A ricordo della vita cosmica, l’Immacolata Concezione conserva sul suo mantello il colore azzurro del cielo e del mare; il serpente sotto i suoi piedi. Il serpente cosmico, da simbolo di perenne vitalità e di conoscenza, è stato però trasformato dal cattolicesimo in emblema di peccato, e, primo su tutti, quel peccato originale di cui tutta l’umanità sarebbe macchiata, e sul quale si è costruita e incentrata l’ideologia del riscatto attraverso la grazia del cattolicesimo (cfr: Maria Mantello, Sessuofobia e caccia alle
streghe nella storia della chiesa, in “Lettera Internazionale”, n°69, 2001).
Ecco allora, che alla Vergine Maria si fa schiacciare il serpente, il peccato di unione sessuale. Ma nello schiacciare la vita concreta terrena, tuttavia, sono proprio quei simboli evocativi così carnali, che continuano a veicolare.

Il culto mariano è stato ampiamente utilizzato dalla Chiesa anche per affermare il suo potere. A Maria allora, si è fatto assumere il ruolo di una Nike, propiziatrice della Vittoria per gli eserciti cattolici, che ne portano in battaglia le insegne. Così, immagini della Madonna guidarono la vittoriosa milizia cattolica contro i mussulmani a Lepanto il 7 ottobre 1571 (nel calendario cattolico il 7 ottobre è dedicato a Nostra Signora del Rosario). Ed anche nella guerra dei Trent’anni, quando le forze papiste cercarono di fare del Palatinato un fulcro del cattolicesimo, nella battaglia della Montagna Bianca nei pressi di Praga (1620), gli eserciti cattolici erano guidati dalle insegne della Madonna. Vinsero, e si disse anche questa volta che era una grazia della Madonna. A Roma poco dopo, il papa dedicò una chiesa a questa Signora per ricordarne l’intervento alla “Montagna Bianca”: Santa Maria della Vittoria…

Durante il regime fascista croato, molti furono i prelati coinvolti direttamente nei massacri: preti, monaci e religiosi cattolici tenevano in una mano il pugnale ustascia e nell’altra i messali e i rosari, come scriveva l’8 febbraio 1942 un cattolico croato dissidente, Prvoslav Grizogono
all’arcivescovo di Zagabria Alojzije Stepinac (cfr: M. A. Rivelli, L’arcivescovo del genocidio, Kaos, Milano, 1999, p.133).
Ma ancora ai nostri giorni, in nome di quella “guerra giusta e santa” che illustri padri della Chiesa come s. Ambrogio o s. Agostino legittimavano, altri ecclesiastici si sono resi responsabili dei massacri in Ruanda.

Ma l’immagine più popolare della Madonna è forse la Mater dolorosa, che piange il figlio morto, e su cui i fedeli proiettano anche le proprie angosce nella ricerca di un soccorso…e non solo per il cielo. La Chiesa ha utilizzato questo simbolo anche nell’elaborazione del culto delle “madonne piangenti”, come forte deterrente contro cambiamenti storici epocali che ne mettevano in crisi il potere: successi della Rivoluzione francese, del Risorgimento, del Liberalismo, del Socialismo, del Comunismo.

Forse uno dei casi più clamorosi di “madonne piangenti”, per la vastità del fenomeno, fu quello del 1796, in coincidenza con l’entrata in Italia degli eserciti rivoluzionari francesi. Le apparizioni si moltiplicarono ad Arezzo, ad Ancona, a Livorno, a Gubbio, a Perugia, a Roma…, le campagne di S. Miniato, in Toscana, ne furono pervase.
Ma anche le “Madonne piangenti” non sono una originalità cattolica. Tito Livio, nella sua famosa Storia di Roma (Ab urbe condita libri), ci narra di come i romani, in una vera e propria psicosi collettiva, facessero piangere le statue degli dei quando Roma era sconfitta. Ad esempio, in occasione dell’invasione dell’Italia da parte di Annibale, la statua di Giunone, che però condivideva il dolore con quelle di altri dei che pure lacrimavano sangue, piangeva quando ancora la Madonna cattolica non era neppure “nata”.

Dei e Santi

Il popolo comune trasferì spesso a santi cristiani usanze, rappresentazioni ed eccezionalmente anche racconti più antichi. Ma nel suo insieme il culto cristiano dei santi in quest’epoca non era assolutamente una creazione popolare. Esso, e la leggenda in misura ancor più spiccata, erano creazioni del clero, in particolare di quello dei monasteri e delle sedi vescovili (F. Graus, Le funzioni del culto dei santi e delle leggende, in “Agiografia medievale”, a cura di S. Boesch Gajano, Bologna, Il Mulino, 1976)
Nel mondo pagano, come abbiamo detto, nessuna divinità aveva un ruolo esclusivo. Gli dei degli altri erano generalmente ben accolti. Ci si avvicinava ad essi con positiva curiosità per sperimentarne l’efficacia. Il cristianesimo allora, per affermare la sua esclusività doveva dimostrare la sua maggior forza… anche miracolistica.
Non è un caso che le storie dei primi santi, raccolte nella famosa Leggenda Aurea da Jacopo da Varagine nel XIII sec, siano tutte giocate su una sorta di gara con gli idoli pagani. Eccone alcuni esempi.
A s. Tommaso apostolo viene chiesto di adorare un simulacro del dio Sole, ma il santo comanda al demone che è dentro la statua di distruggerla e questo docilmente gli obbedisce. S. Macario si addormenta sopra un monumento funebre pagano, e per cuscino usa uno dei corpi che vi erano seppelliti. Gli dei offesi cercano di spaventarlo, ma sono costretti a rinunciare e a riconoscere la superiorità del Cristo. Un pagano, abilissimo nella logica, si converte al cristianesimo quando assiste al fatto miracoloso di un angelo che suggerisce a s. Ambrogio le parole nelle prediche. Al cospetto di s. Felice, il sacerdote pagano riconosce la potenza del Cristo (il mio dio ti ha visto arrivare ed è fuggito perché non aveva la forza di sopportare la tua virtù). Ha appena dodici anni s. Vito, quando fa paralizzare le mani al prefetto romano pagano e gli dice: Chiama i tuoi dei perché ti risanino, se lo possono! Ovviamente sarà il fanciullo a far tornare funzionanti quelle mani. Il padre di s.Vito, colpevole di aver scambiato sette angeli che circondavano il figlio per emissari degli dei pagani, per punizione è fatto divenire cieco. Ma s. Vito fa ammalare anche il figlio di Diocleziano, … fa crollare le statue pagane seppellendo molti “infedeli”…infine mette in fuga lo stesso imperatore: Fuggì l’imperatore e gridava percuotendosi il petto: “Misero me che sono stato vinto da un fanciullo”.
Abilissimo nello scovare idoli -demoni è s. Martino (li scopriva sotto ogni travestimento sia che prendessero l’aspetto di Giove, di Mercurio, di Venere e di Diana), ed ovviamente sa assolvere meglio di loro alle funzioni di controllo della natura: doma incendi, tempeste, … anche gli animali gli obbediscono.
Ma troppo spesso le leggende dei santi ricordano gli antichi dei: s. Giorgio, come nel mito di Perseo ed Andromeda, salva una fanciulla dal drago, e lo uccide, dopo aver ottenuto la conversione di tutti gli abitanti della città al cristianesimo.
Un mito greco, narra di Ippolito, il prediletto di Artemide, di cui si era perdutamente innamorata la sua matrigna, Fedra, sposa dell’eroe Teseo. Questa, però, non essendo corrisposta si vendicò ed accusò Ippolito di aver tentato di violentarla. Teseo, allora, desiderò la morte di Ippolito, e suo padre Poseidone lo esaudì. Mentre Ippolito sul suo cocchio trainato dai cavalli attraversava il golfo di Saronico, a causa di un maremoto voluto dal dio, perde il controllo della guida, i suoi cavalli, poi, alla vista di un mostro che esce dalle acque impazziscono e lo trascinano a morte. Forse è solo una coincidenza, ma tra i santi cattolici, c’è un s. Ippolito che sarebbe stato fatto uccidere da Valeriano nel 266: focosi cavalli …lo trascinarono sulle pietre e i rovi fino a che non morì. Che non si tratti dello stesso Ippolito, inglobato nel sistema dei santi, e questa volta senza neppure cambiargli il nome in omaggio alla sua castità?

Appena nato, s. Nicola si alza subito in piedi, come Ermes, che appena uscito dal corpo immortale di Maia si mette in cerca dei buoi del fratello Apollo e se ne appropria. Ermes è un ladro patentato: ad Ares ruba la spada, ad Afrodite la cintura, a Poseidone il tridente, e perfino a Zeus lo scettro. Ebbene anche s.Nicola compie delle “sottrazioni” che riesce miracolosamente a compensare: per sfamare la sua diocesi, fa sottrarre grano al carico imperiale e rassicura i marinai che i doganieri non se ne avvedranno. Ermes, forse perché abile ladro, e quindi in grado di conoscere gli espedienti dei ladri, era divenuto un protettore contro i furti. Ruolo questo che si riconosceva anche a s. Nicola.
A volte sono le stesse fattezza fisiche degli dei a permanere nei santi, come nel caso di s. Cristoforo, che possiede una corporatura da gigante da far invidia allo stesso Ercole. A questo santo, poi, non occorre certo una barca per traghettare da una riva all’altra del fiume le persone, perché come Nettuno nel mare, lo può sovrastare. Oggi, visto che il mezzo più usato è l’automobile, s. Cristoforo è divenuto il protettore degli automobilisti.
Anche ai santi, come alla Madonna, è affidato il compito di proteggere la Chiesa. Campione in questo è s. Michele, l’Arcangelo che nell’Apocalisse di Giovanni è la spada del Cristo, il dio che dovrà reggere tutte le nazioni con una verga di ferro. Ecco allora che s. Michele è il suo guerriero che combatte contro il gran dragone, il serpente antico…Satana.
Non è un caso che il culto di s. Michele Arcangelo cominci a fiorire in concomitanza con i decreti di Teodosio di chiusura ed esproprio dei templi pagani. La Leggenda aurea ce lo presenta in azione per indicare i luoghi dove si devono edificare chiese. La sua prima apparizione verrebbe fatta risalire al 390, sul Gargano, dove si trovava un oracolo di Apollo, il dio pastore, che con l’arco d’argento, dono di Efesto, inviava le mortifere frecce. E proprio da una di queste frecce è colpito il signore del luogo, Gargano, personificazione dello stesso Apollo. Ritroviamo il nostro angelo che appare a papa Gregorio Magno, in occasione della peste che falcidiava la popolazione, per spiegargli che è una punizione per la poca fede dei romani, ma che ormai il contagio sta terminando: Ed ecco apparire sulla fortezza di Crescenzio un angelo del Signore che puliva una spada macchiata di sangue e la infilava nel fodero. La Chiesa ha voluto immortalare quest’apparizione dell’arcangelo Michele con la statua, che al pari di una Nike alata, oggi troneggia sulla mole Adriana.

Ali di falco o di aquila, analoghe a quelle degli angeli, hanno accompagnato tutta la mitologia.
Il falco e l’aquila, capaci di volare più alto di ogni altro uccello fino al sole, ma di scendere in un baleno dalle vette alle vallate, erano simboli della mediazione tra cielo terra; si credevano esseri divini emanazioni del sole stesso. In Egitto, ad esempio, il disco solare si trova rappresentato anche con due grandi ali.

Sul coperchio del sarcofago di Ramsete III, conservato presso il museo del Louvre, Iside è alata, si era infatti trasformata in falco per cercare l’amato Osiride. Ma anche il loro figlio, Horus, era rappresentato con le fattezze di un falco.
Nel mondo greco l’aquila era l’uccello di Zeus, e proprio in aquila Zeus stesso si era trasformato, ad esempio, per concupire il bel Ganimede, o per unirsi ad Asteria, la dea degli astri.
E grandi aquile, simbolo del Cristo e del potere ecclesiastico, si trovano sui bassorilievi di monumenti e chiese cattoliche.
Sopra gli architravi dei portali laterali della basilica di s. Pietro, il cuore del culto della Chiesa cattolica, sono scolpite due gigantesche aquile coronate, che si fronteggiano, prospettando una linea ideale con la porta centrale. Entrambe hanno ai lati due grandi chiavi, da cui si dipartono ghirlande con pomi di melograno, i noti simboli della fecondità e dell’abbondanza del mondo classico (l’albero dai pomi d’oro del giardino delle Esperidi, il melograno di Proserpina, o quello di Dionisio…). Questi simboli della fecondità e, diciamo pure della felicità della vita, sono quelli che il cristianesimo si è portati dietro, e che nonostante le metabolizzazioni e le strumentalizzazioni operate non è riuscito a sconfiggere. Perché l’aspirazione tutta terrena alla felicità può essere repressa, ma non distrutta.

Maria Mantello

Annunci

Informazioni su glencoe

male 64 years old
Questa voce è stata pubblicata in antropologia. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...