大陆禁片 《夹边沟》 中共暴行录 The Ditch 2010 (1小时45分)

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Dormitori luridi scavati sottoterra, uomini costretti a nutrirsi con semi e topi, arrivando a episodi di cannibalismo su compagni appena morti e seppelliti sotto un pò di sabbia; immagini di corpi scheletrici e nudi che ricordano Auschwitz, anche se nei paesaggi sconfinati del deserto di Gobi. Sono fra le scene di Le fossè (The Ditch) di Wang Bing, il film sorpresa rivelato oggi per il concorso della 67/a Mostra di Venezia, che racconta le condizioni di vita inumane nei campi di concentramento in Cina nati a fine anni ’50. La pellicola, coprodotta da Hong Kong, Belgio e Francia è stata accolta da un lungo applauso a fine proiezione e si candida a qualche premio. «Non credo che il mio sia un film di denuncia o di protesta, ma costruttivo e critico – ha detto il regista, classe 1967 -. L’ho fatto soprattutto per ricordare quei fatti, per farli conoscere. Non è antinessuno ma vuole promuovere l’importanza del rispetto fra le persone». Il suo è un film politico? «Non so dirlo – risponde – lo è se per film politico si intende un’opera che susciti dibattito, uno scambio di idee. Quello che importa è che parlando di questi fatti criticabili del passato, si rifletta sul senso della storia, su come ci sia la necessità, la speranza, di un maggiore rispetto per l’uomo». Il regista, tuttavia, dice che è ancora tabù in Cina parlare dei campi di lavoro di Jiabiangou e Mingshui, nati nel deserto di Gobi, nella Cina occidentale, alla fine del 1950 cui furono destinati 3000 cittadini della provincia di Gansu, considerati ‘dissidenti di destrà a causa di critiche contro il Partito Comunista o semplicemente per la loro provenienza sociale e famigliare. Per le impossibili condizioni di vita sopravvissero in quei lager solo 500 deportati. Wang Bing lavora al film dal 2004, quando ha iniziato a raccogliere le interviste con i sopravvissuti, che lo hanno portato a viaggiare per tutta la Cina. «Ho avuto tre grandi difficoltà – spiega – ricreare un periodo storico che non ho vissuto; il finanziamento, e se il film è stato fatto devo ringraziare i produttori e i tanti amici che ci hanno aiutato; girare nel deserto del Gobi che non è una zona abitabile. Ho utilizzato un cast misto di attori professionisti, molti al debutto, e non professionisti, scegliendo uomini dai 20 ai 70 che venivano dalla campagna. Ho cercato di guidarli nel mio stile, applicare le tecniche del documentario in un film di fiction, per rendere ciò che è successo nel modo più vero possibile». Tra gli attori c’è Lu Ye, appena uscito dall’accademia di recitazione: «Ci siamo concentrati sul rendere la solitudine dei deportati, la loro oppressione, il loro senso d’impotenza» spiega. Mentre l’unica attrice di tutto il film, Xu Cenzi, protagonista di una struggente scena in cui cerca nella sabbia, fra i cadaveri, il corpo del marito appena morto, aggiunge che «per riflettere quelle emozioni ho cercato di trasmettere il dolore forte di una donna forte».

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