…e noi da grandi saremo stupidi come loro – La guerre des boutons di Louis Pergaud (1912)


La guerra dei bottoni: romanzo del mio dodicesimo anno (La Guerre des boutons) è un romanzo dello scrittore francese Louis Pergaud pubblicato per la prima volta nel 1912.
La guerra dei bottoni è il romanzo più celebre di Louis Pergaud. È parzialmente autobiografico: l’autore si è ispirato alla sua vita nel paese di Landresse (dipartimento di Doubs) dove si trovò ad insegnare come maestro elementare per due anni.
Il titolo del romanzo deriva dal bottino di guerra conseguito via via dalle due bande a scapito l’una dell’altra; difatti i prigionieri vengono spogliati dai vincitori di tutti i bottoni, fibbie e lacci che portano addosso, e rimandati a casa tra il dileggio generale coi pantaloni in mano.
Pubblicato per la prima volta nel 1912, il romanzo narra le vicende di un gruppo di ragazzini impegnati nell’appassionante “gioco della guerra”, condotta contro i coetanei del vicino villaggio da sempre rivale. La storia, ambientata nella campagna francese di fine Ottocento, descrive l’evolversi in senso sempre più ampio della sfida “all’ultimo bottone” tra gli scolari di Longeverne capitanati da Lebrac, e quelli di Velrans comandati dall’Azteco.
Quasi ogni capitolo porta come epigrafe un breve brano tratto da un autore famoso: Michel de Montaigne, Victor Hugo, Jean Racine, François Rabelais, Arthur Rimbaud, Charles Baudelaire, Pierre de Ronsard e Pierre Corneille.

La storia, nella maggioranza dei capitoli, viene raccontata attraverso il punto di vista dei bambini di Longeverne. A partire dall’autunno, con l’inizio della scuola, come succede ogni anno oramai da tempo immemorabile, l’esercito di Longeverne inizia la sua campagna bellica contro quelli di Velrans: la guerra, feroce e senza alcuna esclusione di colpi, viene condotta a colpi di spade di legno, sassi, ma soprattutto a mani nude, con ampio e generoso utilizzo di calci e pugni.
La più tragica umiliazione è un fatto certo per quei disgraziati che cadono nelle mani del nemico; privati di tutti i bottoni dalle camicie che indossano, dei ganci di bretelle e cinture e dei lacci delle scarpe, dopo esser stati anche variamente malmenati vengono infine costretti a tornare a casa come poveri mendicanti coi vestiti strappati. Qui, tra i rimproveri gridati delle madri disperate si trovano in sovrappiù a dover subire anche la collera dei rispettivi padri consistente in una buona dose di frustate.
Lebrac, nel cercar di evitare l’inconveniente di essere picchiati dai genitori ogni qualvolta vengono privati dei bottoni, attua un piano brillante: assoldare le sorelle dei propri soldati come sarte e crocerossine. Armate di ago e filo possono così rimediar il più presto possibile ai danni causati dal nemico durante le battaglie campali. Un altro dei metodi escogitati è quello di presentarsi nudi, cosicché i loro abiti non corrono più alcun pericolo d’esser danneggiati.
La guerra arride via via all’una e all’altra banda, tra alterne vicende; ad esempio quando la truppa di Lebrac si presenta nuda, quelli di Velrans li fanno scoprire dai contadini, i quali vanno di corsa ad avvisare le famiglie dei ragazzi, che vengono così sonoramente sculacciati al loro ritorno.
Il tempo passa felicemente tra le lezioni del maestro a scuola la mattina e l’intero pomeriggio trascorso in mezzo ai campi a combattere o a cercar d’attuare varie strategie.
L’ultima frase posta a commento dell’intero racconto è detta da La Crique e riferita ai “grandi”: “E dire che, quando saremo adulti, diventeremo stupidi come loro.

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