La Vita Sospesa di Bagdadi Maroun

di Aldo Lastella 24 agosto 1991

Il suo nome è Patrick Perrault. E’ un giovane fotografo francese, ‘ freelancer’ , venuto a Beirut per cercare fortuna professionale sulle infinite disgrazie di quella città, triste simbolo di un Paese in guerra da quindici anni. Il suo nome è Patrick Perrault, ma potrebbe chiamarsi Jerome Lyraud o Terry Anderson o John McCarthy o Thomas Sutherland o con un nome qualsiasi dell’ infinita schiera di occidentali inghiottiti dalle sabbie mobili della guerra civile libanese: sequestrati senza sapere perché né da chi, e magari miracolosamente liberati pochi giorni dopo, come il francese Lyraud non più tardi di due settimane fa, espulsi improvvisamente da quello stesso inferno che li aveva rapiti. Patrick Perrault è il protagonista di La vita sospesa (‘ Hors la vie’ in originale), terzo lungometraggio del regista libanese Maroun Bagdadi, un bell’ uomo di quarant’ anni che da un decennio ha abbandonato il suo Paese per vivere a Parigi. Ma questo distacco non gli impedisce di mantenere un legame forte, indelebile con la sua terra martoriata, già in parte apparsa nel precedente L’ homme voilé presentato alla Mostra di Venezia nell’ 87, ma ora decisamente protagonista in questo nuovo film cui a Cannes ‘ 91 è stato attribuito il Gran premio della giuria, e che sta adesso uscendo sugli schermi italiani distribuito dall’ Academy. La vita sospesa è la storia di un rapimento, di uno dei tanti sequestri di persona che hanno segnato la situazione di Beirut in questi quindici anni. E’ la storia di un giovane occidentale nelle mani di persone che non capisce; ma è anche il racconto della vita quotidiana di un gruppo di libanesi, sospesa fra l’ aspirazione a una normalità impossibile e un presente d’ odio, di sangue, di morte. “Tutti i libanesi sono ostaggi di questa situazione” commenta amaramente Bagdadi “Ma non ho voluto fare un ‘ docu-drama’ né un film politico. Di film sulla reclusione ce ne sono stati e ce ne saranno moltissimi: io ho voluto realizzare un film sull’ incomunicabilità fra occidentali e orientali”. Il regista è partito da un libro di Roger Auque, il racconto appunto dei rituali quotidiani che accompagnano l’ esistenza di un ostaggio nelle mani dei sequestratori. “Ma gli ho dato un taglio diverso, aggiungendo molto” spiega Bagdadi “Ho voluto parlare del rapporto fra un giovane francese e dei giovani libanesi. E’ una specie di ‘ Lawrence d’ Arabia’ alla rovescia: quel film raccontava la storia di un occidentale che arriva nei paesi arabi amandoli, amando quella gente dalla quale viene ricambiato; nel mio film c’ è un altro occidentale che ama il paese in cui si trova, ma non viene assolutamente ricambiato dalle persone del posto, anzi gli fanno capire chiaramente che non lo vogliono. Il paradosso che racconto, per esempio, è che alcuni dei carcerieri di Patrick sono grandi ammiratori dell’ Occidente, gli parlano del calcio, di Platini, del loro sogno di vedere Parigi, eppure lo tengono prigioniero”. Del ‘ docu-drama’ La vita sospesa conserva il distacco e il tentativo di non schierarsi; manca del tutto anche quell’ atmosfera intimistico-romantica che segnava L’ inganno, il bel film che Schlondorff dedicò al Libano qualche anno fa. “Non è più possibile fare una critica politica su quella situazione, né da destra né da sinistra” dice Bagdadi “Quindi, il mio film politicamente non prende posizione. Quella libanese non è una guerra che si possa spiegare razionalmente, è ormai degenerata nel tutti contro tutti: in 15 anni non è cambiato nulla, la gente non vive certamente meglio e i signori feudali che erano al potere prima lo sono anche oggi. Il vero disastro è che Beirut prima era un punto d’ incontro fra Oriente e Occidente e ora non lo è più. La gente si chiude all’ interno del suo gruppo e diffida: un processo che si verifica in molte altre parti del mondo, e la situazione in Jugoslavia è indicativa. Ma anche quando ho girato a Palermo mi sembrava evidente che la Sicilia si sta staccando progressivamente dal resto d’ Italia”. Una delle curiosità che accompagnò la realizzazione di La vita sospesa fu proprio l’ allestimento di un set a Palermo: alcune zone del capoluogo siciliano riproducono perfettamente, e in modo per noi preoccupante, il teatro bellico della capitale libanese. “Abbiamo girato a Palermo alcuni esterni, ma il 90 per cento è stato realizzato in Francia” racconta ancora il regista “A Beirut abbiamo fatto pochissime riprese, per una questione morale, di pudore. Non volevo infierire su quella città con il lato più esibizionista del cinema. Ma Beirut ha una sua specificità, non è né il Vietnam né il Salvador; l’ incomprensione culturale fra Est e Ovest può essere documentata solo qui”. Protagonista del film di Maroun Bagdadi è uno dei giovani attori più promettenti del cinema francese: quel Hippolyte Girardot, già apprezzato interprete del Mondo senza pietà di Eric Rochant. “Ho subito pensato a lui” ricorda il regista “Girardot ha uno di quei volti che identificano immediatamente il personaggio: un giovane occidentale, metropolitano, della classe media. Non abbiamo provato molto: ma per permettergli di entrare gradualmente nella personalità di Perrault abbiamo girato tutto il film in sequenza temporale, così come lo vede lo spettatore”. Un altro attore, con qualche anno in più sulle spalle, è stato produttore esecutivo (il film è una coproduzione italo-francese, con la partecipazione di RaiDue): è Jacques Perrin, indimenticabile interprete di film come Il deserto dei tartari e Nuovo Cinema Paradiso. “Jacques è una persona meravigliosa e difficile. Ha partecipato intensamente alla scrittura del film e ha seguito tutta la realizzazione. All’ inizio volevo fare un film con cinque personaggi, e altrettante storie, un po’ come Kaos dei Taviani; poi, grazie anche ai suggerimenti di Perrin, la storia dell’ ostaggio ha preso il sopravvento”.
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