Cormac McCarthy



Lester Ballard è un disadattato, violento e solitario. Tutti lo evitano e le autorità lo perseguitano, accusandolo di ogni crimine compiuto nei paraggi. Quando Lester trova i cadaveri di una coppia di giovani, non riesce più a controllare le proprie pulsioni, dando vita a una escalation di violenza e perversione.
James Franco ci ha preso gusto: dopo la trasposizione da Faulkner, tocca a Cormac McCarthy passare sotto la lente magnificatrice dell’inarrestabile regista-attore, che procede con ritmi produttivi giapponesi di due film all’anno. L’approccio è fedele al romanzo per struttura e trama, mantenendo la divisione in atti, mentre una voce narrante, onnipresente e pedante nelle scene iniziali, ripropone brani tratti dal testo originario. Ma l’intento di Franco risulta chiaro sin da quando Scott Haze viene ripreso mentre sta defecando, in maniera cruda ed esplicita. Da qui il regista accompagna il percorso di involuzione da uomo a animale del suo protagonista perseguendo uno stile verista, cercando di osservare il mondo con gli occhi di Lester Ballard. Senza ritrarsi di fronte alla necrofilia, ma senza rinunciare a uno humour che stempera alcune delle scene più forti e, contemporaneamente, aumenta la sensazione di distacco dalla materia (e quindi di esperimento su un certo tipo di target – d’essai e con un particolare penchant per il non mostrabile e i tabù da sfatare – più che una reale urgenza narrativa). Volontà di épater les bourgeois che, non sufficientemente suffragata da un’idea di cinema forte e netta, risulta fine a se stessa e destinata a trasmettere il ricordo post-visione di Child of God per mezzo delle sue sequenze più scabrose.
Se la personalità del regista emerge solo a tratti – la lunga sequenza sotterranea nelle caverne lascia intuire di cosa sarebbe stato capace un Franco a briglie sciolte – merita un encomio la direzione degli attori, ossia di Scott Haze, che occupa in solitudine lo schermo in maniera assai prevalente. Haze si dà completamente, fornendo un’interpretazione micidiale che arriva dove nemmeno la galleria di personaggi psicotici di Michael Shannon era giunta; Lester Ballard (il cognome è forse un indizio sul prossimo adattamento letterario di Franco?) varca la linea che demarca la cosiddetta border line, ma lo fa a poco a poco, coinvolgendo lo spettatore voyeur nel suo percorso di disfacimento. Che passa inevitabilmente dall’omaggio a Ed Gein, con la tendenza al travestitismo come campanello d’allarme del passaggio da disadattato a serial killer: tutt’altro che un colpo a effetto, che conduce la peculiare diversità di Lester in binari consueti e quindi più innocui. Come si diceva, massima fedeltà al testo, ma una conferma del difetto di personalità che, per ora, grava su Franco: la mancanza di una componente di rielaborazione per il mezzo cinematografico, che eleverebbe la materia trattata.


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