Prova d’orchestra di Federico Fellini (1979)

Prova d’orchestra è un film del 1979 diretto da Federico Fellini.
Fellini definì un filmetto quella che è, a tutti gli effetti, un’opera che s’inserisce perfettamente nell’ottica dei suoi lavori precedenti.

Il film inizia con il vecchio copista che racconta la storia delle tre tombe dei papi e dei sette vescovi che si trovano all’interno di un oratorio duecentesco, trasformato in auditorium nel Settecento. La stanza vuota, riempita solo dalla voce del copista, inizia a popolarsi di leggii, spartiti, quadri che raffigurano musicisti del passato fra i quali Wolfgang Amadeus Mozart. “Oggi il pubblico non è più così”, afferma il vecchio copista (dopo aver annunciato il ritiro per sopraggiunti limiti d’età) mentre sistema i fogli per l’arrivo dell’orchestra. Ed ecco che sbuca la televisione, ancora parzialmente discreta, nel riprendere documentaristicamente la seduta di prove. Il regista (la voce è dello stesso Fellini) inizia a interrogare tutti gli elementi dell’orchestra a uno a uno. I musicisti scherzano, ridono, si fanno beffe a vicenda, ascoltano la partita di calcio in radio nell’attesa di iniziare a suonare. Raccontano dell’assoluta necessità dei propri strumenti all’interno dell’orchestra, come a convincersi che ciascuno di loro sia lì per fare la differenza. Qualcuno, invece, si rifiuta di rispondere alle domande della troupe televisiva, forse troppo invadente, forse poco generosa nel retribuire gli sforzi altrui. Infatti, una piccola sommossa sembra fare capolino quando si scopre che l’intervista è totalmente gratuita, e la presenza dei sindacati in sala non fa che accrescere il nervosismo fra gli astanti. I racconti continuano a susseguirsi uno alla volta, i personaggi felliniani sono come al solito delineati alla perfezione. L’anziano clarinettista racconta delle sue performance davanti ad Arturo Toscanini, mentre gli altri lo canzonano colpendo la sua vanità. I trombettisti dialogano tra loro, una violinista si nasconde mentre beve un goccetto di whisky rimproverata dai suoi compagni. Ma ecco che arriva il direttore d’orchestra: biondo, con un forte accento tedesco, inizia a bacchettare i musicisti invitandoli subito all’ordine. Le prime prove non vanno, le note stonate che provengono dalla sala fanno notare il poco affiatamento presente, mentre il terribile direttore comincia a spazientirsi e a rimpiangere l’ordine del passato. Dopo una lunga pausa (in cui il direttore viene intervistato nel suo camerino privato dalla televisione), l’atmosfera che si respira in sala, colta da un improvviso black out, non è più recuperabile. La rivoluzione è ormai compiuta al ritmo di slogan populisti e sessantottini: “La musica al potere, no al potere della musica!”. Il direttore è ormai sconfitto, deriso, messo alla gogna dai suoi musicisti. I muri sono pieni di scritte, l’anarchia è totale. Qualcuno spara (in possesso di regolare porto d’armi), qualcun altro fa finta di niente e continua ad ascoltare la radio (come lo Zio in Amarcord che continua a mangiare nonostante la confusione). Ma quando la situazione è ormai degenerata e i musicisti si ritrovano oramai gli uni contro gli altri, ecco che con fare paternalistico torna in scena il direttore d’orchestra, pronto a ristabilire la pace nella sala e ricominciare a suonare. Tutto sembra andare per il meglio, l’armonia e la musica tornano a percorrere il proprio corso. Ma la scena finale, carica d’inquietudine e di presagi vecchi e nuovi, ci lascia con una devastante invettiva dello stesso maestro. Deluso ancora una volta dai “suoi” protetti, tra la polvere e i cumuli di macerie, inizia a blaterare: prima in italiano poi in tedesco, con foga sempre maggiore. La musica può salvare la vita, ma non il destino dell’umanità.

In soli settanta minuti, Federico Fellini riassume quello che a un occhio superficiale e poco allenato può sembrare un’anomalia rispetto alla sua solita produzione. Un Fellini che si lascia alle spalle il suo mondo per scendere fra gli umani e raccontarne le gesta. Basta leggere le cronache di quegli anni per capire: “Il Fellini sognatore, visionario, narcisista inguaribile, instancabile raccontatore di sé, avverso a ogni forma di impegno, è uscito dal proprio “ego” per dare uno sguardo fuori, alla realtà che ci circonda, mettendoci sotto gli occhi una immagine inquietante dell’Italia odierna (Costanzo Costantini, “Il Messaggero”, 12 novembre 1978). Ma le cose non stanno propriamente in questi termini.

Il messaggio del regista sembra più che mai lontano da quello che superficialmente appare: la critica della società, il brancolare nel buio senza dare allo spettatore la speranza d’una via d’uscita, sono solo alcuni tratti di matita che vanno a raffigurare un disegno ben più ampio. Non mancarono in quegli anni coloro che definirono il film portavoce di intenti nazionalsocialisti di un regista che finalmente mostrava la sua anima autoritaria. Ma “Prova d’orchestra” non può ridursi a un’analisi così spicciola e superficiale. I diversi livelli di lettura presentati nel testo, mescolano perfettamente l’alchimia felliniana fra sogno, memoria e realtà, in un mondo che rimpiange il mondo. I musicisti del film sono pieni di ricordi, di sogni, qualcuno fa addirittura i tarocchi su un pianoforte. Ma Fellini non smette neanche per un attimo di sottolineare la presenza del “falso”, dell’inautentico, dell’obiettivo della telecamera che riprende in toto i loro comportamenti. Qualcuno s’azzarda a dire “ma quante fregnacce che diciamo”; il direttore d’orchestra si confida invece nel suo camerino snobbando definitivamente il pubblico massificato: “Ma lei crede davvero che pubblico capisce musica?”. È qui che bisogna insistere, che bisogna calcare la mano per leggere le metafore e i simbolismi messi in scena dal regista/direttore d’orchestra. La musica è inizialmente vista come pulsione erotica, sessuale. La suonatrice di piano si lancia in un metaforico monologo che richiama alla poligamia: per poter conoscere, imparare, bisogna suonare su tutti i pianoforti. Non esiste un piano, esiste il piano, ci dice e tutti i pianoforti del mondo sono il piano. E mentre suonano, il direttore sembra nel bel mezzo di un amplesso, invitando i musicisti stessi a spogliarsi e a faticare. Solo più tardi dirà che non c’è più passione, non c’è più musica. Manca il silenzio, la quiete. Lo stesso direttore ricorda i suoi inizi, il silenzio e la capacità della bacchetta di generare il caos. Quella bacchetta che è per Fellini il simbolo della creazione, della sfera del magico, l’esuberanza dell’artista, i suoi capricci nell’atto artistico. “Oggi tutti sono uguali, non c’è più differenza”, alludendo all’appiattimento artistico e culturale portato in auge dal medium televisivo.

In questo caso, la passione viene scambiata per autoritarismo, la superficialità con la quale si taccia il regista per aver affrontato temi così delicati, non sono altro che la risultante di un complessissimo ordine di idee: “il «politico» di Fellini non è quello di Francesco Rosi o di Elio Petri, è un «politico» legato sempre a un mondo di favola, magico, fantastico, che nasce da lontane evocazioni e da ricordi dell’infanzia (Enzo Natta, “Filmcronache”, Elle Di Ci, 1979). Ed ecco che ancora una volta scivola nelle immagini la paura di aver toccato e perso il sogno, nel tentativo di concedere legittimità e forza ad un’arte sempre più collusa con la televisione con la colpa, da parte di quest’ultima, di restituirla alle masse priva del suo fascino. E l’ordine felliniano, da non confondere con quello autoritario di vecchia memoria, è solo un modo per riaffermare la propria autorialità all’interno di un mondo che ha mescolato a tal punto i meccanismi del desiderio da renderli inutilizzabili.

Giorgio Strehler sul Corriere della Sera del 14 marzo 1979: «amaro, direi disperato e inquietante apologo, questo di Fellini. Certo, proiettato sul piccolo schermo, nella placenta evasiva delle camere buie di tanti telespettatori, non solamente italiani, non potrà non lasciare sgomento chi si pone qualche domanda sul mondo in cui viviamo, sulla qualità di questa Prova d’orchestra che è nostra, che è di tutti i giorni…»

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