Le fosse di Wang Bing (2010)

A fronte di uno stile rigoroso, il regista non trascura le componenti melodrammatiche
di Gabriele Niola

Nei campi di prigionia cinesi degli anni ’50 si sono accumulati in breve tempo un numero incredibile di uomini considerati dissidenti. Scopriamo presto che è bastato poco al regime per considerarli tali e vediamo anche come le condizioni di vita del campo non rispettino nessuna regola nè abbiano alcuna pietà. I prigionieri lavorano, spaccano pietre e mangiano una brodaglia terribile solo a vedersi. Col passare dei giorni e delle privazioni il deserto ventoso e arido da ampio diventa quasi più claustrofobico dell’orrenda fossa in cui si dorme tutti accatastati l’uno accanto all’altro. Per disperazione si mangiano anche i topi o il vomito altrui o ancora ci si macchia di cannibalismo necrofilo. Le morti sono all’ordine del giorno tanto da perdere ogni umanità ed essere pronti anche a dormire accanto ad un cadavere. Almeno fino a che non arriva una donna, alla ricerca disperata del marito morto proprio pochi giorni prima del suo arrivo e seppellito in una fossa comune senza nome o modo di identificarlo. La sua ricerca furiosa condotta scavando con le mani e condita di urla e pianti straziati, sembra risvegliare nei prigionieri una scintilla di umanità perduta.
Salito alla ribalta mondiale del mondo del documentario grazie ad opere dalla durata esagerata ma fondamentali per i primi anni del nuovo millennio, ora Wang Bing realizza il suo primo lungometraggio di finzione nel quale, sorprendentemente, non sembra essere rimasto eccessivamente legato al documentarismo.
A fronte di uno stile rigoroso, di immagini molto fedeli alla realtà e di un modo di raccontare fatto di lunghi pianisequenza incaricati di mostrare la noia, le lungaggini e anche la prolungata esasperazione del dolore e dello schifo del campo di prigionia, il regista non trascura le componenti melodrammatiche. La seconda parte del film, quella dell’arrivo della moglie e della ricerca del cadavere, si prende infatti grandi libertà nello sforzo di raccontare e rendere sia il dolore che l’esasperazione, di fatto mettendo a frutto quell’atmosfera austera ed estremamente reale creata nella prima parte.
Con una macchina a mano per nulla neutra ma che anzi nel suo vagare svela le intenzioni del regista, La fossa riesce a rendere come mai si era visto prima il vero e autentico dolore fisico della punizione inflitta dal regime. Cosa significhi indebolirsi ogni giorno di più e procedere lentamente verso la propria inevitabile morte, mentre tutto intorno gli altri esseri umani, spegnendosi, ne annunciano la modalità.

le fosse

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