Io sono YHWH ’Elohyim che ti ho fatto uscire dalla casa degli schiavi – i dieci comandamenti secondo Igor Sibaldi

I Dieci Comandamenti
di Igor Sibaldi
Parlare dei comandamenti! Mi ci metto subito.
Ma avverto tutti i lettori: nel testo autentico dei dieci comandamenti
non c’è niente di quel che solitamente si crede, e scoprirli porta a
cambiare idea (e se tutto va bene, anche a cambiare rapidamente vita).
A cominciare dal Primo Comandamento, che di solito viene tradotto
«Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all’infuori di me».
Ovverosia: «io comando, io escludo, tu obbedisci e basta e non
guardarti attorno, sii sordo a ogni altra cultura e religione!»
Ed è quello che tante grandi religioni pretendono dai loro fedeli.
In realtà, il testo originale (Esodo 20,1) è: «Io sono YHWH ’Elohyim che
ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla casa degli schiavi. Non avrai
altro Dio davanti a me». E significa: «Io sono l’Energia di ciò che è
reale (YHWH) e l’Energia del futuro (’Elohiym): questa energia ti libera
SEMPRE dalle dipendenze che tanti nel mondo ti vogliono imporre. Se
riesci ad accorgertene, non darai più ascolto a religioni che ti
asserviscono».
Insomma, è proprio il contrario di quello che gli esperti ci hanno
insegnato. Importantissimo è il doppio nome di questo Dio che parla
ai singoli individui (infatti dice: «tu»). Non è un «Signore», un
dominatore che desidera sudditi. È semplicemente l’energia –
potentissima! – di tutto ciò che c’è davvero, di tutto ciò che non è
illusione, truffa, abbaglio, superstizione, credenze, ignoranze. Ed è
l’energia di ciò che ciascuno può diventare, se non rimane attaccato al
passato. Non può non odiare le schiavitù.
Peccato che invece le religioni siano, spesso, soltanto quello che dice
il loro nome: modi di religare, di tenere legati a tanti doveri (giusti o
sbagliati) che fanno comodo a qualcun altro, invece di aiutarti a
scoprire chi sei e chi puoi essere tu.
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Secondo Comandamento è, per noi, straniero. Viene insegnato come
«Non nominare il nome di Dio invano», ma nel testo è anche: «Non ti
farai immagine di ciò che è in cielo, né di ciò che c’è in terra» (Esodo
20,4).
Qualunque occidentale si chiederebbe giustamente: ma allora la
pittura, la scultura? Sono vietate? E tutte le volte che si nomina Dio
fuori da un rituale, si va contro il comandamento? Si direbbe un tabù
arcaico, superato, e ciò dà l’idea che anche nella Bibbia ci sia molto di
arcaico, di superato, e che dunque non valga la pena di prenderla sul
serio. In realtà, nel secondo comandamento c’è un’indicazione
utilissima e della quale abbiamo anche già parlato.
Vuol dire: «è meglio che impari a non farti un’idea precisa di nessuna
cosa: a non bloccarti su uno schema, su una convinzione, pensando
che sia tutto lì e non ci sia altro da scoprire. Sia in cielo sia in terra
scopri continuamente elementi nuovi, in ogni cosa, se riesci a
guardare le cose e non le immagini che te ne sei fatto».
Così, per esempio, si sa che il pittore mediocre è quello che dipinge
ciò che sa già di qualcosa, invece di dipingere ciò che sta vedendo in
quel qualcosa. Vale per ogni oggetto, per ogni persona, e anche per
Dio: anche ciò che chiami «Dio», se pensi di sapere cos’è (o se dai
retta a chi sostiene di sapere cos’è) diventa per te un «invano»,
un’occasione perduta, una fissazione e, spesso, un fanatismo. Ma
ovviamente una religione non può spiegare così il secondo
comandamento, perché darebbe torto a se stessa.
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Il Terzo Comandamento, di solito, sembra il più innocuo: «Ricordati
del giorno di sabato, per santificarlo».
Viene spiegato che per i cristiani lo shabat è la domenica, e che di
domenica bisogna evitare lo stress ed è bene dare a Dio quel che è di
Dio (cioè un rituale festivo) mentre negli altri sei giorni bisogna dare a
Cesare quel che è di Cesare.
In realtà il testo dice: «Ricordati che c’è il giorno di sabato, e che è
Qadosh». Qadosh non vuol dire «santo», ma «sommo». È il punto più
in alto di tutti. Ed è come dire: quale che sia il tuo lavoro, ricordati che
in te c’è qualcosa che è molto più in alto. Può essere un lavoro servile,
con capi e obblighi che non ti piacciono; oppure un lavoro creativo,
invidiabilissimo, in continuo progresso esistenziale. Ma in ogni caso tu
sei più in alto: ricordatene, e guarda i tuoi giorni da quel punto di
vista Qadosh, che tante persone dimenticano di essere.
In più, nel racconto della Creazione, il settimo giorno è il momento in
cui Noè si accorge del cosiddetto Diluvio e comincia a scoprire un
mondo nuovo. E in questo senso, il terzo comandamento significa:
«Impara che il mondo che conosci non è tutto; è solo il limite a cui ci
si ferma di solito.
È bene che quel mondo sia superato spesso; ricordatene! E qualunque
orizzonte tu scopra più in là, andrà superato presto anche quello:
perché tu cresci continuamente, e l’universo cresce insieme a te».
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Per le feste imminenti («Natale con i tuoi», dice il proverbio) fa proprio
al caso il Quarto Comandamento.
Viene insegnato solitamente in forma abbreviata: «Onora il padre e la
madre». E nel corso dei millenni è servito a far sentire in colpa
miliardi di adolescenti, per i sentimenti complicati che provavano
verso i genitori.
E se papà e mamma sono due mafiosi e tu no? Se si sono arricchiti
sfruttando la miseria altrui? Li si deve «onorare» lo stesso? Perché,
precisamente? Perché secondo alcune religioni la famiglia è più
importante dell’individuo?
Sicuramente non è così per la religione da cui viene questo
comandamento.
Se sfogliate la Genesi, l’Esodo e anche i Vangeli, trovate alcune critiche
potentissime all’istituzione della famiglia: dai quarant’anni nel deserto
(che servirono a eliminare i genitori) fino a frasi di Gesù come «Se uno
viene da me e non odia suo padre e sua madre… non può essere mio
discepolo» (Luca 14,26).
E infatti il quarto comandamento, nella sua forma autentica, ha un
senso diverso da quello a cui siamo abituati; è «Dà peso a tuo padre e
tua madre, perché siano lunghi i TUOI giorni sulla terra». Cioè:
«Comprendi bene chi sono i tuoi genitori, considera attentamente
l’influsso che hanno avuto su di te, altrimenti i tuoi giorni non saranno
mai veramente tuoi». Il che vale sia per i genitori, sia più in generale
per il passato.
Solo se si comincia a capirlo – invece di «onorarlo» e basta – si diventa
padroni del proprio presente.
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Quinto Comandamento. Di solito è tradotto: «Non uccidere» e, a
prima vista, è abbastanza tranquillizzante.
Il lettore può infatti pensare: «Be’, io non ho ammazzato nessuno e
non ne ho intenzione. Almeno in questo, Dio non ha motivo di
criticarmi».
Ma proviamo a guardarlo meglio.
Nel testo ebraico è scritto: «Non ammazzerai» e non precisa chi. Non
è «non ammazzerai uomini». È «non ammazzerai» e basta: nemmeno
animali, insetti, pesci, piante, uova. E se considerate che, ai tempi di
Mosè, pressoché tutti i destinatari dei comandamenti erano pastori,
agricoltori o soldati, vi accorgete che dell’interpretazione tradizionale
di questo comandamento c’è qualcosa che non va – a meno di non
pensare che fosse scritto apposta per far sentire in colpa chiunque.
In realtà, la chiave è nel verbo usato qui.
In ebraico è RaZaKH, che oggi vuol dire «assassinare». Ma in ebraico
antico (che è una lingua molto speciale, geroglifica) RaZaKH voleva
dire all’incirca: «deviare-verso-l’aridità». Cioè lasciarsi attirare da cose
come sconforto, angoscia, servitù, conformismo, inerzia e altre
desertificazioni, che certamente «ammazzano» i talenti, gli impulsi
autentici, i migliori desideri degli individui.
In pratica, il Quinto Comandamento era l’invito a non ammazzarsi. Ma
torna utilissimo anche ai nostri giorni: non ne conoscete anche voi, di
persone che invece di vivere si inaridiscono? E magari non se ne
accorgono nemmeno – anche perché nessuna religione attuale
comanda loro di non farlo.
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Il Sesto Comandamento è quello che qualche tempo fa veniva
tradotto «Non commettere atti impuri», e suonava perciò molto
intimo; oggi lo si traduce (sia tra cristiani sia tra ebrei) «Non
commettere adulterio», e viene quasi a coincidere con il decimo, che
tradizionalmente vieta di desiderare coniugi altrui.
In entrambi i casi, questo comandamento risulta essere un divieto di
provare sentimenti (anche la curiosità verso certi «atti» sessuali è un
sentimento) e contribuisce perciò ad aggravare nella gente il senso di
colpa.
In ciò è lontanissimo dal testo ebraico antico, che è: Lo TiNe’aF, cioè
«Non ti prostituirai» o, più letteralmente, «non userai la sessualità
come un oggetto», come uno strumento per raggiungere qualche
obiettivo.
Insomma: quando fai l’amore, fa’ l’amore; accorgiti che il sesso è
importante di per sé. Ma in questa forma, il comandamento sarebbe
entrato in conflitto con tutta una serie di tecniche di dominio di se
stessi, e di dominio della donna – alla quale varie religioni amano
insegnare che, se fa l’amore, deve essere soltanto in nome della
procreazione.
Che tremenda quantità di amarezza è derivata da questa idea!
Eppure il testo era tanto chiaro: un’esortazione a non prostituirti mai,
in nessun modo, a cominciare dal modo in cui onori il tuo vigore
sessuale.
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Chi si innervosisce quando sente parlare di Bibbia ha buon gioco con il
Settimo Comandamento, solitamente tradotto «Non rubare».
Infatti è facile obiettare: «Certo che non bisogna rubare! Ma c’era
bisogno che lo dicesse un Dio?» Ed è vero: non c’era nessun bisogno;
il furto era un tabù già prima di Mosè, e tutti sapevano perfettamente
come si fa a non rubare.
Tuttavia, nell’antica lingua in cui è scritto, quel comandamento mette
in guardia anche da un altro delitto, a cui pochissimi prestano
attenzione, e che nelle traduzioni non compare mai. Il termine usato
per «rubare» è, qui, GaNaB.
A quei tempi, chi sapeva leggere era abituato a far caso non soltanto
alle parole, ma anche alle lettere che le compongono: GaN in ebraico
antico era «recinto», «luogo chiuso»; e la lettera B simboleggiava la
capacità di creare.
Racchiusa nella formula «Non ruberai» vi era dunque anche
l’esortazione a non porre ostacoli al talento – né al tuo, né a quello di
altri, per esempio dei figli, dei filosofi, degli scienziati o di chiunque
senta che quel che si conosce già è un GaN troppo stretto.
In tal modo, il settimo comandamento sembra proprio fatto apposta
per innervosire i religiosi più tradizionalisti – che di solito replicano:
«Non me ne importa! A me hanno insegnato i comandamenti in un
altro modo, e non voglio sapere altro!»
Buon per loro. Intanto, come augurio di capodanno, vorrei usare
proprio queste parole: Lo’ Ti-GhNaB (si scrive così), «non mettere
limiti alle novità che senti nascere in te!».
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Suona strano l’Ottavo Comandamento: «Non farai falsa testimonianza
contro chi è tuo compagno».
È troppo libero, troppo anarchico agli occhi dell’Occidente. Esorta
infatti a non usare la menzogna per danneggiare un amico. Dunque,
non vieta di usare la menzogna contro un nemico, e nemmeno di
mentire per aiutare un amico (se no, avrebbe detto soltanto «non
testimoniare il falso»). In tal modo, dà l’idea che nei luoghi in cui si
deve prestare testimonianza – i tribunali – la sincerità non sia
indispensabile.
Dice, in pratica: «Non fatevi illusioni: non è lì, che va cercata la verità.
È altrove!». Dove?
Secondo me, è dappertutto. Provate a trovare qualcosa di non vero,
guardandovi intorno: le strade, gli alberi, il cielo?
E qui l’ottavo comandamento esce dalle aule dei tribunali e riguarda
chiunque, in qualsiasi occasione. Non-verità può essere soltanto ciò
che noi diciamo o pensiamo del mondo – magari con le migliori
intenzioni (quante volte ci è già capitato di accorgerci che qualche
nostra convinzione che credevamo verissima era solo uno sbaglio?)
In questa prospettiva, l’ottavo comandamento diventa: «Tu non hai la
verità in tasca. Perciò è normale che tu menta. Impara a cercare la
verità giorno dopo giorno. E ogni volta che scopri qualche cosa di
falso in te, lasciala perdere: non impuntarti, come fanno le persone in
tribunale. Se no, quella tua falsità andrà sicuramente a danno di
qualcuno a cui vuoi bene».
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Penultimo Comandamento: «Non desiderare… »
Innanzitutto, il verbo usato nel penultimo comandamento non è
l’equivalente del nostro «desiderare».
«Desiderare», in italiano, è un atto bellissimo, viene dalla parola
sidera, «stelle», e significa letteralmente: accorgersi che nel tuo cuore
c’è qualcosa di più di quel che, per ora, le stelle stanno concedendo
all’umanità.
Questo accorgersi non è mai volontario: è un impulso come la fame o
il sonno o la creatività; reprimerlo (cioè sforzarsi di non accorgersi)
non può che essere dannoso; e in tal senso, «non desiderare la donna
di un tuo compagno» suona davvero come un comando frustrante.
È come dire: «fa’ violenza a te stesso, non fidarti del tuo cuore,
dominalo!»
Torna utile a quelle religioni che si alleano volentieri a qualche potere
politico oppressivo, e perciò temono i cuori della gente. Il verbo
ebraico invece è KhaMaD. Viene da KhaM: «passione», «slancio»,
«fervore».
Così, nel testo antico il comandamento diventa il contrario di una
frustrazione; intende infatti: «In te c’èKhaM. È bene che tu usi questo
KhaM, nell’amore, nella passione e in ogni altro ambito adeguato.
Abbi il coraggio di usarlo pienamente! In amore, evita le situazioni in
cui occorrano menzogne, furbizie, cautele, limitazioni… Sta’ alla larga
dai cosiddetti amori infelici. Se ci caschi, è altissima la probabilità che
sia soltanto perché hai paura del tuo KhaM, e vuoi tenerlo in qualche
modo in gabbia. Forse perché ti preoccupa l’idea di quanto il tuo
KhaM potrebbe cambiarti la vita?»
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Il Decimo Comandamento è semplice: «Non desiderare la casa del
tuo prossimo». «Casa» in ebraico è BeYT; a leggerlo come un
geroglifico significa: «il produrre (B) modi di vedere (Y) e prospettive
(T)».
Dunque in pratica il comandamento significa: «Impara a non
desiderare quello che hanno realizzato e quel che desiderano gli
altri». Impara a desiderare quello che desideri tu. Proprio il contrario
di ciò che ti insegna la pubblicità. E di ciò a cui ti spinge il tuo senso
di inferiorità, o la tua paura di essere diverso. Sei sicuramente diverso
da tutti, perché ognuno lo è. Impara a esserlo anche nei tuoi desideri.
E poi il testo (Esodo 20,17) prosegue: «Non desiderare il suo schiavo e
la sua serva» – e «schiavo» in ebraico si scrive come «lavorare» (‘BD), e
«serva» come «verità» (’MT). E ancora: «né il suo bue, né il suo asino»
– e vengono in mente il bue e l’asino del presepe, che
rappresentavano i numi tutelari dell’iniziazione egizia, Hathor e Sheth,
la prima donatrice di fortuna, il secondo produttore di ogni utile
ostacolo.
Insomma: non farti influenzare dai modi altrui, né nella scelta del
lavoro, né nella tua ricerca della verità, e nemmeno nelle tappe della
tua crescita spirituale.
È talmente semplice! Per quanti vostri conoscenti è stato invece
impossibile? E perché?

Questa voce è stata pubblicata in il mondo invisibile. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Io sono YHWH ’Elohyim che ti ho fatto uscire dalla casa degli schiavi – i dieci comandamenti secondo Igor Sibaldi

  1. glencoe ha detto:

    (riconosci) YHWH ’Elohyim (solo in chi ti ) fa uscire dalla casa degli schiavi

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