il barbiere di Siberia di Nikita Michalkov (1998)

L’epoca è il 1885, a Mosca, dove arriva la bella avventuriera americana Julia Ormond che deve simulare di essere figlia del suo compatriota Richard Harris, inventore di una gigantesca macchina per tagliare gli alberi da lui battezzata “il barbiere di Siberia”. Compito di Jane sarà quello di sedurre, in genere, le autorità, e garantire a McCracken lo sfruttamento della sua invenzione. Ma durante il viaggio Jane ha conosciuto un gruppo di cadetti, tra cui il giovane Andrey Tolstoy (da cui il tormentone: “Parente?”, “No”), interpretato da Oleg Menshikov, che si innamora perdutamente della bella signora. Peccato che il personaggio da sedurre sia lo stesso generale Radlov (Alexei Petrenko) che è a capo dell’Accademia militare e che si lascia sedurre in un battibaleno.
Mentre il generale corteggia la bella e, durante una grande festa popolare, si esibisce in una spettacolare bevuta con spettacolari conseguenze, il giovane Andrey, che ha dichiarato il suo amore a Jane ed è stato assai ben accolto, si tormenta d’amore e di gelosia, e, estroverso come tutti i russi, nel corso di una messinscena amatoriale delle “Nozze di Figaro”, aggredisce il generale, dandogli l’occasione di spedirlo in Siberia. Ed è Jane, vent’anni dopo, dalla sua casa del Massachusetts, a raccontare per lettera la storia a suo figlio, il figlio di Andrey, cadetto in un’accademia militare americana, e, naturalmente, appassionato di Mozart…
A Mikhalkov non fa difetto il senso del cinema e dello spettacolo: la sua troupe fa miracoli (la fotografia coloratissima è di Franco di Giacomo e Pavel Lebeshev), certe immagini (i boschi della Siberia, la festa popolare, la macchina segatrice in azione) resteranno per sempre nella memoria cinematografica, e la sua è una Russia che, per forza di cose, non abbiamo mai visto (compresi i veri interni del Cremlino e uno zar “buono”, Alessandro III, interpretato dallo stesso regista). Ma tra tanta agitazione, risate, balli, gag, cadetti, duelli, scherzi, bevute di vodka e confessioni, tutto al massimo dei decibel, si disperde il cuore sentimentale del film, l’amore tra Andrey e Jane, che non commuove per un attimo, come un melodramma condotto a passo di carica.

Non a questo ovviamente puntava Mikhalkov, nel fare il suo film, ma nello stabilire una leggenda: un’immagine russa vitale e avventurosa come il West ed elegante come la Vienna del Congresso, dove gli Zar rivendicano persino la grandezza della paura, e gli oppositori sono comparse su una scena che non gli dà importanza alcuna. Grande modello da cancellare, “Il dottor Zivago”. Grande rimosso, la storia di questo secolo.

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