nonostante tutto…voto 7) – Import/Export di Ulrich Seidl (2007)

nonostante manchi del frammento 12 di circa nove minuti, nonostante non sia sottotitolato, si lascia guardare con vicinanza.
Ulrich Seidl – Import/Export
Recensione scritta da O__O per DeBaser. (il 15 novembre 2013 nel tardo pomeriggio)

Ma dai! Ma non c’è neanche una recensione su Ulrich Seidl!
E dire che è uno dei più allucinanti talenti del cinema europeo, amatissimo da Werner Herzog e presenza costante dei più importanti festival. Uno che si è fatto le ossa ed è riuscito a sviluppare il proprio concetto di visione, una cosa difficilissima ora che, dopo quasi centoventi anni di cinema, il nostro sguardo è stato assalito da stimoli, stili, correnti e immagini di infinite varietà.
Eppure Seidl ce l’ha fatta: è riuscito a ritagliarsi una propria, destabilizzante, attitudine.

Partito come documentarista e approdato alla fiction, dopo molti anni di militanza, con il poco riuscito ma affascinante “Models” (1998) e consacratosi a livello internazionale con l’allucinante “Canicola” -unico suo film ad aver ricevuto una fugacissima distribuzione italiana-, ha fatto discutere di sé anche con la (splendida) recente trilogia “Paradies” (“Paradise: Love”, “Paradise: Faith” e il capolavoro “Paradise: Hope”), Seidl si è imposto con una misantropia incurabile nel ritrarre la malvagità e la bruttezza dell’umanità intera.

Ulrich se ne frega dei bellimbusti e degli occhi che bucano lo schermo. I suoi attori vengono mostrati in tutti i loro difetti: i loro corpi, nudi, sono schiaffati davanti all’obbiettivo. Meglio se grassi, flaccidi, marcilenti e vuoti. Nudi maschili e femminili, giovani e vecchi, senza sostanza, senza nucleo e senza personalità. Cadaveri rinchiusi in degradanti e alienanti quadretti a camera fissa, che grondano di disagio, tristezza, nostalgia e persino tenerezza (a questo proposito invito i più preparati di voi a dare un’occhiata al suo terrificante e discusso documentario sulla zoofilia “Animal Love”).

Ma da dove partire per comprendere la sua poetica? Sicuramente da “Import/Export”, lungometraggio del 2007 che io vedo come il suo apice. Duplice storia di solitudine che racconta le vicende di una bellissima ragazza ucraina, talentuosa infermiera con la passione per il suo lavoro e il desiderio di aiutare gli altri, cercare fortuna in terra austriaca per permettere alla figlioletta una vita migliore e di un ragazzo austriaco, aspirante guardia del corpo senza speranza per il futuro, approdato in Ucraina al fianco di un padre pervertito e più immaturo di lui.

Due ore e mezza in cui queste vite fragili ci vengono raccontate con disturbante degrado. E così la povera protagonista, pur essendo una persona onesta e di valori saldi, si trova costretta a vendere il proprio corpo in squallidi e asettici peep-show prima di trovare, finalmente, un lavoro in un ospedale austriaco dove, comunque, si scopre di nuovo vittima. Questa volta non della misoginia, ma della xenofobia. Non c’è speranza in questo mondo neanche per il protagonista maschile: legato ad un padre fedifrago che vorrebbe renderlo uomo a tutto tondo, ma solo nella sfera sessuale.
Entrambi proseguono fragili, come fantasmi di carne in cerca di un posto stabile, un guscio protettivo, un’oasi irraggiungibile.

E se la trama può darvi delle coordinate su come potrebbe essere il film (storia di sfigati per sfruttare denunce sociali?) siete fuori strada: non è il solito pippone da autore impegnato: il cinema di Seidl è chirurgico, distaccato, freddo e senza speranza.
Un cinema dove gli esseri umani diventano scambi commerciali, corpi importati ed esportati, resi oggetto…l’importante è che abbiano uno scopo utile, che funzionino. Un cinema dove non esistono sentimenti, perché sono roba legata al passato.
A non far cadere il regista nel rischio della compassione è il suo madornale e straniante humor nero. Un cinismo misantropo che risiede in ogni inquadratura, procedendo per climax fino all’allucinante finale.

Psicotico, deprimente e straordinario, “Import/Export” è un concentrato di due ore e mezzo che scorrono come un soffio, ma che pesano come un macigno. Imperdibile.

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