(voto 7) tu il vivente di Roy Andersson (2007) CC ita

Svezia, evoluta, solidale, tollerante, di civile convivenza, fiera della propria democrazia, che difende e commemora; ma è anche capace di svilupparla? E se no, che fine fa l’uomo? Come diventa la vita? Una tematica nodale per Roy Andersson, occhio attento puntato su un mondo che rifugge la via del cambiamento, perciò bloccato, immobile, respiro che non trova aria. Ed è un paese sofferente, malato, perché la vita si ripiega su sé stessa e non trova forza per andare avanti. Il movimento diventa un trascinarsi, consuetudine talmente ripetuta che se ne perde l’originalità del senso. Personaggi, colori, architettura, tutto gira in questa direzione, in un mondo in cui la consapevolezza arriva dal fermarsi, bloccare l’attimo per guardarsi dentro, sguardo esterno sulla propria vita e sogno che irrompe nella realtà con la forza dell’incubo, che chiede attenzione, che palesa l’urgenza. Può un paese arroccato andare avanti? Seguendo le regole ma senza che nessuno veda più l’altro di fronte a sé. O la sofferenza che lo pervade, neanche quando viene urlata, lamentata. E’ l’uomo abbandonato a sé stesso, ai propri affari quotidiani che mentre danno solidità, tolgono forza. Senza più passione, spesso rotella di ingranaggi ingovernabili che dettano le loro leggi e dai quali si viene travolti; tanto l’imprenditore di un’azienda vincente impegnato nell’inderogabile assunto dell’espansione comunque sia, quanto l’obnubilata e sfortunata vittima del crack dei fondi di investimento. In un sistema che danneggia tutti, anche se la consapevolezza di questo è ben lontana, (vedi il furbo commerciante comunque convinto di fregare il prossimo…) Un film all’insegna del paradosso, talmente tragico da risultare comico, fatto di volti imbiancati, senza espressione, di lentezza e immobilità, un mondo attonito in una natura estranea, in cui sentirsi spersi, alla finestra, a guardare. In attesa, nel riparo della propria casa, forse neanche sperando che qualcuno da lontano infonda un po’ di felicità quaggiù. Non c’è dialogo che non vada in questa direzione, e molti davvero fulminanti. Il paradosso arriva e colpisce sempre. Forse al massimo ci si può riparare un po’; in un innamoramento, nel prendersi cura dei propri cari, o in una brass band, a suonare quei brani di un tempo oscuro ma vitale, composti da emarginati solidali e meticci, nell’epoca d’oro del Dixieland… Un film fitto di personaggi, spesso attori non professionisti, incastonati in asettici tableaux di surreale e farsesca vita quotidiana ( inevitabili i rimandi a Bunuel, e a protagonisti dell’attuale cinema scandinavo come Kaurismaki, o anche Lars Von Tier), dentro una fissità di immagini grandangolari che sospingono l’uomo all’angolo. E l’ironia tragica di quel “Gioisci dunque, o vivente!.. (J. W. von Goethe), citato in apertura, si diluisce nella disincantata leggerezza di sfumature old jazz.
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