il racconto senza storia (voto 7) Los muertos di Lisandro Alonso (2004) CC ita

Vargas, un uomo di 54 anni, esce di prigione nel prvince di Corrientes, Argentina. Una volta rilasciato, si vuole trovare sua figlia ormai adulta, che vive in una zona paludosa e remota. Per arrivarci, si deve attraversare grandi distanze in una piccola barca sui fiumi, segnando in profondità nella giungla. Vargas è un uomo tranquillo e indipendente. Egli possiede il sistema di ritenuta delle persone che vivono vicino alla natura. Un mistero profondo di lui, le persone che incontra e dei luoghi che attraversa, tutto ciò che l’assunzione nel mondo inalterabile trova quasi invariata dopo i suoi lunghi anni di prigionia circonda.

“Los Muertos” di Lisandro Alonso (Quinzaine des Réalisateurs) Uno dei film più belli visti a Cannes in quest’edizione, minimale e potente ma soprattutto libero, aperto e arioso. Il secondo lungometraggio del giovane argentino mostra un’umanità reclusa, forse già morta. Piano sequenza con camera a mano in una foresta, nel sottobosco cadaveri sparsi sotto il fogliame. Stacco.Un uomo viene svegliato. In questa scena iniziale onirica ci sono le uniche immagini di morti del secondo film dell’argentino Lisandro Alonso, che a Cannes era già passato nel 2001 con il suo lungometraggio d’esordio La Libertad. Da qui il film si concentra su un solo personaggio agli ultimi giorni di un lungo periodo di prigionia che, una volta uscito, parte per un lungo viaggio alla ricerca di una figlia lasciata molto tempo prima. Alonso, che si è formato sui set prima come assistente dell’ingegnere del suono in due film di Pablo Trapero, El Bonaerense e Mondo Grùa, poi come assistente alla regia di Nicolas Sarquin in Sobre la tierra, segue il suo uomo ad una certa distanza, ne mostra il ritorno al mondo scandito dalla riappropriazione del vivere quotidiano: mangia un gelato, compra regali per i familiari, paga la soddisfazione sessuale, intraprende un lungo viaggio in canoa attraversando un fiume giallastro e circondato dalla foresta. Con uno stile asciutto e libero le lunghe sequenze trasudano un’umanità minimale e primigenia, immersa in una natura rigogliosa, madre che offre generosa i suoi frutti ma che richiede enormi sforzi per sopravvivere. “Volevo fare un film nella prigione e nella foresta, per mostrare che per certe persone è la stessa cosa vivere nell’una o nell’altra” ha dichiarato Alonso, e infatti Los Muertos si avvolge su se stesso come un punto interrogativo: arrivato a destinazione l’uomo incontra il nipote mai visto, lo segue verso la figlia che non vedremo mai, in una capanna costruita ai margini del bosco. Che qualcosa accada si intuisce, ma prima ancora che un segno di povertà l’immagine del protagonista che prende in mano per una sorta di big jim, giochino semplice e già “antico”, sembra quasi una presa di coscienza della limitatezza dei suoi movimenti, di essere tornato alla dimensione coatta da cui era partito, che il viaggio è stato un attraversamento fugace del mondo che per lui torna ad essere un insieme di sbarre. Che la potenza del finale metal, un gruppo di amici di Alonso, che gira in economia, si fa montaggio e scenografia oltre alla sceneggiatura, pare quasi possa spezzare.

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