(voto 7,5) Ida di Pawel Pawlikowski – ita

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Ida – la recensione del dramma polacco di Pawel Pawlikowski di Mauro Donzelli
Pawel Pawlikowski è un regista polacco di formazione britannica. In quel paese ha consolidato una carriera che lo ha portato a dirigere My Summer of Love con una Emily Blunt all’esordio al cinema. Dopo molti anni è tornato nella sua terra di origine attratto da una storia che sintetizza le tragedie della Polonia del XX secolo in 80 minuti, raccontando la vicenda, ambientata nel 1962, di una giovane ragazza che vive in convento.
È senza una famiglia, almeno così crede, ma scopre pochi giorni prima di prendere i voti di avere una zia che vive in città, disinibita e indurita, giudice del regime comunista. Attraverso l’alcol, il fumo e una vita sessuale molto attiva, cerca di evadere dal dramma del suo passato, che piano piano racconterà alla nipote, con la quale intraprenderà un viaggio alla scoperta dei genitori morti durante l’occupazione nazista. Una morte inferta dal vicino, per prendere possesso della sua casa e dei suoi beni, per approfittare della cornice “ufficiale” dello sterminio, della shoah, per un atto di barbarie tanto privato quanto comune in quegli anni tragici.
Ida è un film al femminile, in cui riecheggia l’austerità di un Bresson, che accumula una tensione che diventa insostenibile con il passare dei minuti, anche grazie a un rigore formale ammirevole. Un rigore geometrico che soffoca lo spettatore tanto quanto costringe la protagonista in inquadrature sbilanciate, con uno spazio in alto innaturale che la opprime.
Un film che seduce con una sapiente ricostruzione di un’epoca in cui il ricordo dei lutti privati subiti durante l’occupazione nazista è ancora vivo, ma costretto a forza all’oblio dalla normalità di un nuovo regime che ha già perso il suo slancio utopistico sostituendolo con una grigia omologazione.
Pochi dialoghi, una musica jazz che sembra poter accompagnare le protagoniste verso il futuro, verso una pace interiore che per la zia è irraggiungibile e per la nipote è un obiettivo che prevede la conoscenza di un mondo che ha visto solo attraverso la rigidità di un convento. Pawlowski riesce a costruire una vicenda dallo sviluppo narrativo appassionante e di una profondità esemplare come la capacità di sintetizzare in queste due donne le ferite di un Paese flagellato dalla storia, in un film tra i migliori europei di questa stagione
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