la forte emozione (voto 8) yol di Yilmaz Güney (1982) CC ita

quando nel 1982 ho visto questo film nella sala eravamo in tre.
Me ne sono accorto solo alla fine che eravamo in tre.
Quando le luci si sono riaccese un signore anziano diceva che questo film era una vergogna mentre quello giovane gli urlava si vergogni lei
io li guardavo pensando di avere assitito ad un capolavoro.

Senza avere la pretesa di aggiungere nulla al dibattito teorico, prendiamo in esame un film emblematico per la sua capacità di esprimere un fortissimo senso politico attraverso un linguaggio filmico di grande impatto. Si tratta di Yol (1982), in italiano La strada, diretto da Serif Gören per conto di Yilmaz Güney (nome d’arte per Yilmaz Pütün). Yilmaz Güney era un regista di origine curda che durante le riprese del film si trovava in carcere, accusato dell’uccisione di un giudice, e Serif Gören era il suo assistente, che ha girato il film sulla base delle sue indicazioni. Yol è la storia di alcuni prigionieri curdi che vengono rilasciati dal carcere per una licenza e ritornano dalle loro famiglie. Qui dovranno fare i conti con una violenza non meno crudele di quella del regime turco, ovvero l’oppressione della tradizione. I protagonisti sono rappresentati al centro di una morsa che non lascia vie d’uscita, ogni uomo sembra prigioniero del proprio destino. E se contro il dominio della violenza dello stato si riesce a concepire la risposta della resistenza fisica, contro l’oppressione delle tradizioni oscurantiste non si giunge a escogitare nessuna alternativa.

È quanto accade a Seyit Ali che deve uccidere sua moglie per preservare il suo onore, e per questo la sottomette al “giudizio di Dio”. Quando in una landa innevata percuoterà la donna, e non per ucciderla, ma per salvarla dal gelo, tutti i nuclei semantici convergono nell’immagine. C’è l’essere umano che riprende in mano la sua vita, prova a mutarne l’esito che altre forze sociali hanno deciso per lui. Un disperato tentativo di tornare/diventare uomo, libero. È una ribellione politica, ma anche un atto d’amore. Immagini in cui la natura diventa protagonista insieme agli uomini e partecipe del loro destino. Niente che sia didascalico può aderire a quei fotogrammi perché essi hanno l’ambizione di affrontare nessi non comprensibili dalla sola ragione, a cui non è possibile replicare con soluzioni da impartire all’uomo, ma solo interrogandolo sulla sua essenza. E d’altro canto quella narrazione visiva perderebbe quasi del tutto il suo potere evocativo, il suo fascino formale se privata del piano semantico su cui insiste. Lo spettatore è solo difronte a quelle tensioni. E deve trovare in sé le risposte.

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