Dogville di Lars von Trier (2003) sub ita

a commento della attuale evoluzione politica del paese

All is Grace

Tra Beckett e il Brecht più estraniato, la nuova opera di Lars von Trier è tanto terribile quanto commovente. Nella spietata analisi dei rapporti umani, il regista prende il microcosmo di Dogville come topos immaginario ed assoluto nel quale giungono in superficie le logiche che sono alla base di ogni sistema sociale: quelle della sopraffazione e del dominio. Non è solo la società capitalista ad essere crudelmente descritta, ma è l’umanità tout court, nel suo impenetrabile impasto di animalità e ragione. Grace, nome che rimanda ironicamente al giansenistico “Tutto è Grazia” (e, ovviamente, all’idea della predestinazione), è la coscienza critica di un’America senza speranza, chiusa nel suo ordine apparente, cinica e popolata di reietti regrediti o “regredendi” allo stadio animale, senza nemmeno la purezza di un animale domestico invisibile ai più. La donna, fuggita dal potere del padre (Il Padrone), ripara nel villaggio con la speranza di ritrovare, tra i disperati, una purezza altrove annegata nel sangue. Con un scrittore idealista vive un amore platonico che le ridà forza e fiducia; con i paysans riscopre la vita, scopre per la prima volta il piacere dell’attività manuale. I personaggi che costellano il microcosmo di Dogville rappresentano le tipologie umane più differenti, accomunate dall’appartenenza al medesimo gruppo sociale: ci sono il cieco finto-vedente (una bella figura triste interpretata magistralmente da Ben Gazzarra) e il rozzo agricoltore (Stellan Skarsgaard, coprotagonista de Le onde del destino); il già citato scrittore idealista, personaggio che conosce una metamorfosi repentina spiazzante ma credibile (da idealista quasi-roosveltiano a cinico difensore della comunità) e la commerciante con l’orticello, piccola proprietaria pronta a tutto pur di difendere il proprio lembo di terra; la paralitica e la maestrina elementare repressa e lassista. La Grazia sconvolge gli equilibri di questa realtà fissa e chiusa.

Solo grazie ad un savoir faire miracoloso, la giovane riesce ad essere, almeno in un primo momento, accettata ed amata. Col tempo, la povera Grace viene sottoposta ad uno sfruttamento sempre più crudele ed insostenibile: tiranneggiata dai più, finisce col regredire allo stadio animale, prigioniera di un mondo di poveri non più (o forse mai stati) umili. La sguattera, donna mossa da sentimenti contrastanti – un misto di rassegnazione e rabbia repressa –, accetta passivamente ogni forma di sopraffazione. Come la Watson de Le onde del destino e la Bjork di Dancer in the dark, è una vittima sacrificale cui tuttavia viene concesso di sopravvivere e, addirittura, di vendicarsi. Solo un cane, unico esemplare di una purezza, di un candore ormai definitivamente cacciati oltre i confini del mondo, sarà risparmiato alla carneficina finale.
La scelta, spavaldamente antinaturalistica, di ridurre al minimo il decor ed abbattere le pareti delle case non è né un vezzo intellettualistico, né una provocazione fine a se stessa: la scelta di trasformare il villaggio in un panopticon è frutto di una necessità morale oltre che estetica. Abolendo ogni orpello, il regista costringe lo spettatore a concentrarsi sui volti e le azioni dei personaggi, sul rapporto tra i vari membri della comunità e tra gli uomini e le cose (non a caso queste ultime non scompaiono con le pareti ma giocano un ruolo importante in quella dialettica del reale che il regista mira a trasferire sullo schermo in una forma insieme scabra e diretta). Von Trier, facendo propria la massima sull’impossibilità di sfuggire all’alternativa di far torto o patirlo, mostra come, nella società di ieri come in quella di oggi, il sopravvivere equivalga a perpetrare violenza. Grace, fuggita dal carcere impostole dai paesani, ordinando di sterminarli tutti senza pietà, commette un gesto, tra il brechtiano e il surrealista, assolutamente spiazzante, sia per lo spettatore, sia per i personaggi (a cominciare dal padre interpretato da James Caan).

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