nuovi modi di pensare: l’economia di guerra

L’Italia è di fronte a un baratro, ma il governo è fermo come un paracarro. Letta, dedito al gioco del Subbuteo dove il massimo rischio è la slogatura dell’indice, annuncia, annuncia, annuncia. Capitan Findus sembra la versione aggiornata e minimalista della presentatrice televisiva Mariolina Cannuli (che prego di scusarmi per l’irriverente, per lei, confronto). C’è una calma piatta, come in mare quando non vedi un gabbiano, non c’è un’onda, un refolo di vento prima della tempesta. Che aspettiamo? Siamo falliti e lo neghiamo e affossiamo le imprese con carichi insostenibili come l’aumento dell’anticipo dell’Irap, dell’Ires e dell’Irpef definiti dal ministro dell’Economia Saccomanni “Un prestito dei contribuenti che a livello individuale ha un peso molto soft”. Un peso di 2,3 miliardi di euro, soft- soft, una piuma. E’ necessaria attuare subito, entro l’autunno, un’economia di guerra. Tagliare le province, portare il tetto massimo delle pensioni a 5.000 euro, tagliare finanziamenti pubblici ai partiti e ai giornali, riportare la gestione delle concessioni pubbliche nelle mani dello Stato, a iniziare dalle autostrade, perché sia l’Erario a maturare profitti e non aziende private come Benetton o, dove questo non sia possibile, ridiscutere le condizioni, eliminare la burocrazia politica dalle partecipate dove prosperano migliaia di dirigenti, nazionalizzare il Monte dei Paschi di Siena, eliminare ogni grande opera inutile come la Tav in Val di Susa e l’Expo di Milano, ridurre drasticamente stipendi e benefit dei parlamentari e di ogni carica pubblica, cancellare la missione in Afghanistan, fermare l’acquisto degli F35. Si potrebbe continuare a lungo. Non c’è più tempo. Le risorse vanno destinate alla defiscalizzazione parziale delle piccole e medie imprese, all’introduzione del reddito di cittadinanza e all’abbattimento del debito pubblico. Quest’ultimo, nonostante una tassazione abnorme, cresce al ritmo di 120 miliardi all’anno. Nel 2013 dovremo collocare 400 miliardi di titoli di Stato (chi li comprerà e a che condizioni?) e intanto si discute di riforme costituzionali per il mantenimento del potere da parte dei partiti e delle lobby. Qualcuno obietterà che si vanno “a toccare” diritti acquisiti, come nel caso delle pensioni d’oro (in Italia sono 100.000 i “super-pensionati” e costano allo Stato italiano 13 miliardi di all’anno per cui vengono utilizzati i contributi pensionistici di ben 2.200.000 lavoratori). I diritti acquisiti non sono contemplati più da un pezzo per gli esodati, per i precari, per chi non prenderà mai la pensione. In un’economia di guerra i diritti acquisiti non esistono più.

dal blog di Beppe Grillo Postato il 30 Giugno 2013

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