(lo spirito dell’universo e la rovina dell’uomo in) Khadak di Peter Brosens e Jessica Woodworth (2006)

Cercare di imbrigliare Khadak nei canoni del cinema occidentale sarebbe certamente uno sforzo vano. Sotto qualsiasi punto di vista lo si veda, fotografia, regia, narrazione, il film di Brosens e Woodworth appartiene chiaramente ad un immaginario molto distante dal nostro.
La storia, seppur a tratti inorganica, narra del giovane Bagi e della sua famiglia serenamente dedita alla pastorizia. Quando il governo, millantando una malattia ovina, costringe tutti a trasferirsi in città la mente già instabile del ragazzo inizia a partorire una serie infinita di fantasie e allucinazioni, di futuri possibili e incubi presenti. Un film di immagini “pure”, emozionanti in quanto parte di una natura ancora intatta, fatta di neve e carbone, di colori così nitidi da far paura. Un universo ideale per Bagi; paesaggio lunare in cui un foulard stretto ad un albero, un cavallo sellato, una capanna rappresentano l’unico segno della presenza dell’uomo. Tutto questo messo a contrasto con le raffigurazioni fredde e inumane dei piccoli agglomerati urbani popolati da marionette. I “deboli esseri umani” si trascinano nelle città come entità alienate dal loro contesto naturale, persi molto più fra i palazzi e le miniere che nel bianco assoluto delle lande innevate. Città militarizzate dove l’unica soluzione è l’obbedienza; luoghi morti, dal gusto così spento da trasformare la ricca bontà della carne in insipide patate.
E così, lavorando per ellissi, i quadri scavano nel profondo raggiungendo un empatia che trasmette emozioni ben oltre la semplice storia narrata. Quale contrasto più stridente fra il bianco della neve che illumina i volti e il nero del carbone che li ottenebra; quale metafora più efficace di giovani armati solo di specchi che disarmano i soldati accecandoli con la luce, bloccandoli nella loro oscurità? Quello dei due documentaristi belgi, alle prese con il loro primo film di finzione, è un grido d’allarme verso una terra, la Mongolia, schiacciata dal peso insopportabile della modernità. Stretta fra i due giganti Russia e Cina la Mongolia, in particolare il recente governo della Coalizione Democratica della Terra Madre, ha intrapreso un radicale cambiamento appannaggio del capitalismo. Migliaia di imprese private si sono inserite nello sfruttamento dei minerali pregiati di cui è ricca la regione, molibdeno, tungsteno e fosfato, e nel business del carbone. Gli effetti nefasti sulla popolazione sono trasfigurati da Brosens e Woodworth in un’allucinazione disumana. Un urlo che si palesa in un monologo manifesto: “Un cielo aspetta la morte della sua alba, un fiume aspetta la morte delle sue acque, un bambino aspetta la morte del suo domani… c’è qualcosa che non va….”

Id. Regia e sceneggiatura: Peter Brosens e Jessica Hope Woodworth Fotografia: Rimvydas Leipus Interpreti: Khayankhyarvaa Batzul, Dagvadorj Dugarsuren, Byamba Tsetsegee, Banzar Damchaa, Dashnyam Tserendarizav, Enkhtaivan Uuriintuya, Namsrai Otgontogos Durata: 104’
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di Giampiero Francesca
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Peter Brosens e Jessica Woodworth sono due famosi documentaristi, che conoscono in modo approfondito la Mongolia, avendo a lungo lavorato lì. Con “Khadak” hanno, però, abbandonato il genere documentaristico per confrontarsi con un film di finzione, una storia dove realtà e simboli si fondono, dove tradizione e magia si scontrano con la globalizzazione e la modernizzazione che sta trasformando questa terra.
Protagonista della pellicola, Bagi, un giovane pastore che vive nelle steppe insieme al nonno e alla madre. Il suo destino è quello di diventare sciamano, ma le sue visioni arrivano attraverso attacchi epilettici. Per questo Bagi è riluttante ad accettare ciò che gli antenati hanno deciso per lui. Tutto si trasforma quando il governo costringe i pastori a trasferirsi in una città mineraria.
Permeato da un aura magica, il film si apre come una favola, quasi a sottolineare il sapore esotico e fantastico che la Mongolia ha per noi occidentali, anche se poi la parte iniziale, ambientata nelle steppe, è quella rappresentata in modo più realistico, quasi un saggio antropologico.
Il trasferimento in città rappresenta il punto di svolta delle vite dei protagonisti e anche della sceneggiatura che si perde in una sovrabbondanza di visioni che stordisce lo spettatore.

Muta anche la regia, che passa da riprese ampie, dominate dalle linee orizzontali delle steppe, dove lo sguardo si perde tra cielo e terra, alle linee verticali e ai piani ravvicinati, che invece caratterizzano la vita all’interno della città.
Tutto il film, che ha immagini bellissime, è però caratterizzato da un ritmo lento e pochissimi dialoghi. Queste caratteristiche unite a una sovrabbondanza di simboli, alcuni per noi sconosciuti come la filastrocca dei numeri, rende alla fine la visione un po’ pesante.

Curiosità: Il Khadak è la sciarpa blu utilizzata durante le cerimonie buddiste e simboleggia il cielo.

La frase: “La terra dove siamo cresciuti, l’acqua dove ci siamo bagnati, sognano di noi. I nostri antenati sognano di noi”.

Elisa Giulidori

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