(lo sguardo del pensiero) in Holy motors again

Mr. Oscar è un corpo-non-corpo, un palinsesto d’identità possibili, o forse semplicemente l’ultima delle possibilità di continuare a giocare con il sogno della vita, ossia esistere ancora, che assume su di sé, di volta in volta, brandelli di storie che interpreta con la scrupolosità di un impiegato modello.Nascosto è nella sua stretch limo. Mr. Oscar incarna la resistenza ultima del fare.Oscar lamenta la scomparsa delle macchine “grandi”, rivendica la bellezza del gesto e poi scompare nella notte e che invece di rubare o uccidere, restituisce, esorcizza, evoca, vendica e rivendica la vita che non c’è più (anche se anche lui a suo modo uccide e si fa uccidere).
Carax, schierandosi dalla parte del fare, diventa fautore e tutore di una scelta di campo.
Una produzione a rischio d’estinzione, il cinema, osa risognare il mondo a fronte dell’oblio.
Non è un caso che il film si apra con Carax sonnambulo che dalla sua camera da letto si ritrova in una sala cinematografica dopo avere aperto una parete “lynchiana”.
Il sonno dell’immaginario contrapposto alla reverie dell’immaginario.
E quando si sogna tutti insieme che solo si può provare a spostare le linee del mondo.
Dall’immobilità che è impotenza, si passa così alla scienza delle soluzioni possibili.
Attraverso le mille formulazioni delle sue identità, Mr. Oscar riscrive il mondo. Ricontestualizza la bellezza, ridistribuisce la ricchezza, osa resistere insomma. Osa resistere per continuare a sognare perché è nel sogno che la rivoluzione prende corpo imprendibile.
I motori sacri sono i lumi dell’immaginario. Gli arcangeli custodi dell’ultima resistenza.
Carax nel suo film cita non a caso il protocinema.
Torna alle origini, alla cosa vista. Al rapporto che lega lo sguardo all’ontologia della cosa vista. Al patto fondativo del cinema.
Ed è questo patto il luogo di narrazione “politico” di Holy Motors. Perché questo patto chiama in causa il mondo e l’immaginario che secondo Carax, a quanto pare, non è un insieme di mitologemi campionabili a piacimento. No. L’immaginario è la testimonianza della nostra presenza nel mondo. Il dispositivo di riproduzione che lo ha creato e reso visibile è il motore mobilissimo che instancabile continua a interrogarci per sapere dove ci troviamo “ora” e come ci siamo “spostati”.Holy Motors è il canto del cinema. Il canto del ventesimo secolo che si leva digitale e si osserva mancante e già oltre la propria “mancanza”. E Carax non fa nulla per non rendere questa divaricazione ancor più lacerante.
Non ci siamo più, noi. Occhi senza volto. Ospiti di macchine leggere. In cerca di storie che ci possano ancora una volta raccontare. Raccontare che ci siamo stati. Che abbiamo vis(su)to. Anche se a Hiroshima non c’era niente da vedere e a un campo di sterminio ci si può arrivare da ogni parte.
Quale altro cineasta è riuscito a formulare con tanta lucidità ciò che ci manca e che abbiamo perso senza per questo cedere alla tentazione del feticizzazione della nostalgia restando saldamente nel campo della politica?Perché vedere è sempre il risultato di un “fare”. E il fare è il prodotto di un “lavoro”.
Ciò che piange Holy Motors, in definitiva, è la mancanza, la sparizione, di una comunità fondata su un lavoro che permetteva di sognare le immagini, di vederle, di farle e condividerle e sognare in questo modo ancora altre comunità, altri luoghi. Altre possibilità di spostarsi ancora.
Il cinema senza una comunità, insomma, non è cinema. È l’industria del cinema e basta. I film come merce. Esilio dal cinema. Oggi, insomma.
Carax con Holy Motors mette in scena la fine del cinema come sparizione di una comunità. Restano solo brandelli di storia, pezzi di vita. Il delitto perfetto, insomma. I film coprono la mancanza del cinema. E Holy Motors ci racconta che il mondo non esiste più. Ci è stato rubato.
Ma non solo. Ci racconta anche il sogno più enorme di tutti: rivivere ancora.di Giona A. Nazzaro

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