frammenti da la recita di Theo Anghelopulos (1975)

Una compagnia di attori (all’interno della quale si sviluppa una serie di rapporti ispirati al mito degli Atridi) porta, di paese in paese, il dramma ottocentesco Golfo della pastorella di Spiridonos Peresiadis. 3° film di Anghelopulos, è una grande saga epica _ nei contenuti ma soprattutto nel linguaggio, secondo l’accezione brechtiana _ che traccia una sintesi della storia greca dal 1939 al 1952. L’azione si sposta avanti e indietro nel tempo, sul filo di una memoria collettiva, in continuo e dialettico passaggio dai fatti privati agli avvenimenti pubblici. Dai lunghi piani-sequenza che scandiscono i “tempi” della riflessione e creano lo “spazio” della storia, istituendo nessi tra fatti e personaggi, all’uso creativo del teatro, delle canzoni, dei passi di danza, dei movimenti di massa, lo stile del regista s’impone come una visione del mondo. Pur non staccandosi mai dal realismo della rappresentazione, Anghelopulos lo trasfigura con una serie di sintesi spaziali e temporali che sono quelle di un poeta. I 3 livelli della narrazione _ il teatro, la reincarnazione del mito degli Atridi, la storia _ procedono parallelamente e nei momenti di maggiore pregnanza simbolica coincidono. Il regista greco ha saputo fare quel che, dopo la grande epoca sovietica degli anni ’20, non era più riuscito a nessuno: un film epico, marxista, costruito con le tecniche di Brecht, ma ridiscusse in funzione del cinema e delle sue capacità ancora così poco esplorate in questa direzione. Uno dei capolavori degli anni Settanta.

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