le onde del destino di Lars von Trier (1996)

Sette capitoli, più un prologo e un epilogo: ognuno introdotto da una specie di “siparietto” coloratissimo e un po’ naïf e da una canzone degli anni ’70 (da “Whiter Shade of Pale” a “Suzanne”). Ogni capitolo narra un pezzetto della storia d’amore di Bess, giovane scozzese innocente che mette la passione davanti a tutto, e di Jan, operaio danese che lavora su una piattaforma petrolifera. Personaggi positivi, travolti da un atroce scherzo del destino (lui entra in coma per un incidente), controllati dal moralismo anacronistico della puritana Church of England e riscattati dal sacrificio estremo di lei.

“Si tenta di far credere che per un film ci vogliano grandi competenze e mezzi costosi, il che non è vero. Si tratta solo di farli. Perciò distruggere molte di queste regole estetiche del cinema è molto importante. Perché fare cinema non è difficile, e più lo dipingi magico e meno osi avvicinarti.

Un film nordico: girato da qualcuno che si è nutrito di Dreyer e di Bergman, di spiritualità e fede, dell’ansia di abbandonarsi a quell’incontro fisico con il prossimo e con la natura.
La ragione del suo impressionante impatto emotivo, della sua credibilità stessa è contenuta nell’abbandono totale, nell’assenza di freni inibitori, nella fiducia del suo autore nei confronti del proprio strumento; il linguaggio cinematografico.
Lars von Trier non si limita ad illustrarci questa folle, appassionata rincorsa nella vertigine dell’amore e della devozione: ogni interpretazione incolla l’occhio della cinepresa alla sua incredibile protagonista, la rende partecipe, ne ruba gli sguardi, coglie i minimi sussulti.
Cinepresa a spalla, primissimi piani. Movimenti liberissimi che sembrano abbracciare con una libertà sempre più inarrestabile l’intera vicenda: la commozione e la poesia di “Le onde del destino” nascono da una storia di mistero e di passione, di religione e di felicità liberata (quella prima mezz’ora straordinaria) ed un modo di filmare, di osservare gli uomini e l’ambiente assolutamente “aderente” alla realtà.

L’estrema, istintiva naturalezza dello sguardo di von Trier, la fluidità, l’assenza di ogni calcolo, avvolge i protagonisti in uno sguardo straordinariamente libero, così simile a quella chiesa senza campane, a quel prete ormai incapace di chinarsi. A quel destino che hanno deciso di “assumere” oltre ogni limite.
Premio Speciale della Giuria al festival di Cannes (1996).

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2 risposte a le onde del destino di Lars von Trier (1996)

  1. Moralia in lob ha detto:

    Meraviglioso

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  2. glencoe ha detto:

    la domanda è cosa fa il creativo di fronte alla tragedia materiale e alla sciagurata direzione verso la quale la realtà manipolata insiste ?

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