senza tetto ne’ legge un film di Agnès Varda (1985)

Una storia di ragazze belle e dannate.
Una ragazza va errando come una barbona senza pace per la campagna francese, incontra ogni genere di uomini e donne, subisce uno stupro, fa l’amore con chi le sta simpatico (ex commessa di grandi magazzini era stata licenziata perché poco arrendevole col suo capo), si nega ad altri, vive con quel poco che le viene volontariamente offerto. A volte rubacchia. Poi comincia anche a drogarsi. La troveranno morta assiderata, all’alba di un inverno gelido, in un fossato dov’era caduta, ubriaca, vagando tutta sola.
Il film, che non vuole essere un giallo, è tutto in flash-back. Inizia col ritrovamento del cadavere per ricostruire le sue ultime settimane di vita. E’ stato detto che la Varda ha scritto una storia fredda, distaccata; che non ha espresso giudizi sul suo personaggio. Come si poteva chiedere di più ad una regista donna che parla di un personaggio femminile elevato a simbolo di una assoluta libertà? Leone d’oro alla 42^ Mostra di Venezia, Premio Ocic, Premio AGIS/BNL, menzione speciale della giuria della mostra di Venezia per Sandrine Bonnaire.
Giovane, bella, con addosso abiti da barbona, la prima volta la incontriamo su una spiaggia. E’ qui che viene avvistata per la prima volta da due giovani. E’ inverno, la spiaggia è deserta. Impossibile per i due motociclisti non notare quella “bella fichetta” che sembrava una Venere uscita dalle acque. Un impegno li costringe ad andar via. Uno dei due, intenzionato a provarci, s’era già fregato le mani dirigendosi verso di lei. Chi ci prova, più tardi, è un camionista cui lei, zaino in spalla, ha chiesto passaggio. Lo manda a quel paese, è costretta a scendere. Quando in seguito il camionista ne parla con un collega, al bar, davanti ad una tazza di caffè, dalla descrizione che ne fa’ (“una rompiballe”) l’altro desume trattarsi della stessa ragazza che avevano rinvenuta accucciata fra i rottami di uno sfasciacarrozze. Dormiva, incurante del fracasso. Nel suo vagabondare Mona attraversa paesi, scavalla colline, imbocca stradine di campagne, si lascia alle spalle fattorie, guardata con sospetto e diffidenza da tutti, dagli automobilisti a cui chiede passaggio alla gente alla cui porta bussa per chiedere un po’ d’acqua. Che ci fa una ragazza così, per strada, in pieno inverno? Come può passare per la testa ad una persona, con un minimo di buon senso, una donna poi, avventurarsi in solitari campeggi con questa temperatura polare? Mona cammina senza una meta apparente e sosta senza chiedersi dove. Una mattina la fanno sloggiare in fretta da sotto una muraglia: senza accorgersene, aveva piantato la tenda a ridosso di un cimitero. Quel giorno, quando i bisogni dello stomaco si fanno sentire più pressanti, si ritrova fra le mani soltanto un po’ di pane rappreso. Entra nel primo bar cui s’imbatte e chiede un bicchiere d’acqua. Già al suo apparire, con quei jeans neri, lisi, con quella puzza che si portava addosso, in molti fra i clienti avevano storto il naso. Un ragazzo che stava mangiando un sandwich si accorge del suo sguardo affamato e le offre un panino. Accetta di buon grado. Per oggi le è andato bene. Rimedia un lavoro. Un benzinaio la mette al lavaggio macchine (“così almeno si poteva lavare le mani”, dirà poi). Si guadagna una trentina di franchi. L’uomo avrebbe potuto fare di più, metterla ad esempio alla pompa di benzina; non lo fa’ (“non mi sono fidato”). La verità forse è un’altra: era successo che l’aveva guardata in maniera interessata ma lei non aveva voluto dargliela (“tu sei sporco nella testa”). Quella sera ospita invece nella sua tenda l’apprendista dell’annessa officina meccanica. Un bel ragazzo, dagli occhi dolci, pieni di desiderio. E’ dopo quella esperienza che incontra uno sbadato come lei, un hippy capellone. Fanno coppia. Si fermano a vivere in una casale abbandonato. Sono giorni fantastici. Sesso, fumo e rock and roll tutti i santi giorni. Vivono come barboni, invece che sotto un ponte sotto un bel tetto a cassettoni. Il resto del mondo, fuori, è come non esistesse. In un angolo della villa adiacente abita Jolanda, la nipote del fattore. La ragazza si guadagna da vivere accudendo alla vecchia e ricca proprietaria. Poi una notte, Paul, l’amico segreto di Jolanda, si introduce nella villa per rubare un pezzo di antiquariato, un armadio antico. Pensava che il casale fosse disabitato. Si trova davanti il giovane hippy, inquilino precario e lo prende a bastonate. Mona, per evitare di passare anche lei qualche brutto momento, si dà alla fuga. Da allora i due non si vedranno mai più. Secondo il giovane capellone perché aveva finito l’erba e lei non aveva più motivo di restargli accanto. Scappando, Mona s’è portata appresso un piccolo quadro di un certo valore. Fatica sprecata: una favilla di un suo falò notturno arriva alla tela e ci scava un cratere. Alle orecchie della polizia erano arrivate voci che parlavano di una vagabonda con uno zaino che si aggirava nei paraggi della villa. Così, il fattore scagiona la nipote Jolanda, incapace a suo dire di organizzare un furto e la polizia ricerca la barbona. Mona si ferma in un convento. Giusto il tempo per rimediare un piatto di minestra calda messo a sua disposizione dal buon cuore delle monache. In serata l’automobilista che l’aveva presa a bordo la scarica in aperta campagna. C’è una fattoria vicino, proprietà di uno strano personaggio, un ex figlio dei fiori. Lui s’era ritirato da qualche anno dal mondo, s’era portato appresso la sua compagna e la figlioletta, e s’era messo ad allevare pecore. Gli chiede un posto per dormire; le andrebbe bene anche la stalla. Le offre un giaciglio in cucina, vicino al caldo del camino. Una specie di living-room agreste. Quella sera Mona cena con tutta la famiglia. L’indomani lui le libera una roulotte e gliela mette a disposizione. Può restare, fermarsi, a suo piacimento. In cambio, volendo, potrà dare una mano nella sua piccola azienda a conduzione familiare. Lei è affascinata da quel modo alternativo di vivere, da quel rifiuto sdegnoso dell’anacoreta, da quella fuga dai miti e dai ritmi della società consumistica. Lui ha studiato filosofia, ma è bravo in molte cose. Ad esempio, ha fatto nascere da solo la sua piccola, senza mammane o ginecologi, e quando sarà, come racconta la madre, sarà sempre lui che le insegnerà a leggere e a scrivere; decideranno poi se mandarla a scuola o meno. Mona li ammira quella loro scelta così radicale. Lui, per la verità non si sente un eroe (“io ho scelto la via di mezzo, un termine di mezzo fra solitudine e libertà… tu hai scelto la libertà assoluta e la paghi con una assoluta solitudine, ma poi credo che venga il momento in cui, se vai avanti, finisci col distruggerti.. si va incontro alla distruzione e se si vuole vivere occorre fermarsi, tanto è vero che i miei amici che hanno scelto la strada o sono morti scoppiati, tossicomani, alcolizzati, o derelitti.. perché la solitudine li ha completamente divorati..”). Lei ribatte che ama la terra e che le piacerebbe coltivarla, piantare patate, come fa lui. La mette in guardia dai facili entusiasmi (“coltivare la terra non è uno scherzo”). Tuttavia, vuole prenderla in parola e promette che le regalerà un pezzo di terra se ha davvero deciso di rimanere. Ci potrebbe coltivare le sue patate. Alla terra, visto che lei ha subito messo le mani avanti dicendo che non è capace di coltivare alcunché, ci penserà lui. Sarà lui cioè a dissodarla ed ararla. Per sdebitarsi, lo dovrà aiutare nella vendita dei formaggi ai turisti di passaggio. All’uopo, le attrezzerà a dovere la roulotte. Nei giorni seguenti Mona se ne rimane segregata nella roulotte, col camino acceso, in letargo, mentre lui scuoia agnelli e la sua donna porta il mangime alle bestie. Questo fatto lo fa uscire dai gangheri. La prende di petto, le rimprovera quest’assurda apatia. Lei gli tiene testa senza riguardo; sostiene che non è scritto da nessuna parte che tutti debbano “sbattersi” come fa’ lui, con gli armenti, il formaggio e tutto il resto; ognuno, dice, “si toglie dalle palle a modo suo”. Lui replica che lei non può atteggiarsi ad “emarginata”, perché non lo è. E’ semplicemente “fuori”. E’ una che, in pratica, per il mondo, “non esiste” neppure. Lei ribatte continuando nella sua logica nichilista (“me ne strafotto della tua filosofia, tu stai nella stessa merda nella quale sto io, solo che tu fatichi di più.. io se avessi studiato mica sarei finito come te, ma mi sono rotta i coglioni di fare la segretaria e se ho mollato tutti i capiufficio di merda non è per ritrovarmene uno qui, in campagna”). Lui ironizza che forse ha letto “troppi romanzetti rosa” e conclude definendola “una illusa”. Lei prende qualche cadeau, dei pezzi di caciotta e toglie il disturbo alla chetichella. Il filosofo hippie, quando gli capiterà di riparlare di lei (con la polizia), la ricorderà con queste parole: “E’ passata da qui come un colpo di vento, senza progetti, senza meta, senza desideri, senza ambizioni. Ho provato a darle qualcosa da fare, inutile, non ha mosso un dito… Provando la sua inutilità, fa il gioco del sistema che rifiuta: un conto è errare, un conto aberrare”). Mona dona il sangue alla Croce Rossa, prende un po’ del non molto che viene offerto in questi casi ed è a posto con lo stomaco per un altro giorno. Continua con l’autostop. Le offre un passaggio una esperta di botanica (Macha Méril), in giro per una azione di prevenzione contro l’avvizzimento dei platani, dovuta ad una malattia arrivata in Europa, lamenta lei, con gli americani e il loro sbarco in Normandia. Le due diventano quasi amiche. Mona si apre alla generosa botanica, le confessa che non le sarebbe dispiaciuto fare qualche lavoretto, ad esempio come baby-sitter, giusto per guadagnare un po’ di soldi “per l’erba” (non certo per il mangiare, ‘che quello, a suo dire, in qualche modo si rimedia sempre). La donna si intenerisce al contatto con questo fragile uccellino di bosco, si affeziona a questa girovaga impenitente, si dimenticata della sua sporcizia, del fetore del suo corpo e dei suoi abiti, le offre da mangiare, la fa dormire nella sua auto. Stupita, incantata dal modo di vivere e di pensare di Mona, parla di lei ai suoi amici, la vuole assolutamente presentare ad un suo collaboratore, Jean Pierre, che a sua volta, impressionato, racconta poi a sua moglie di avere conosciuto “un’autostoppista sporca e selvatica.. una bestiola scarmigliata”. A proposito di Jean-Pierre bisogna dire che non tutto fila liscio nel suo ménage. Sua moglie si rifiuta di fare l’amore con lui. Quella sera la donna ribadisce di non voler vivere in un miniappartamento mentre la vecchia zia di lui vive tutta sola in una villa di sette stanze; questo disagio esistenziale, sostiene, le provoca una insostenibile disaffezione verso il sesso. Lui le ricorda che quella ragazza selvatica vive, senza lamentarsi, contentandosi del niente che possiede. Non è convincente, non risolve il suo problema. Mona, girovagando, si ritrova alla periferia di una cittadina di provincia. Un cane le fa’ festa, saltellandole intorno. E’ il suo unico amico; gli edili che lavorano nel cantiere dove lei si ferma per riscaldarsi al fuoco di un falò, non le rivolgono neppure la parola. Uno di loro, quando avrà modo di ripensarci, si dirà pentito di essersi comportato così; forse, dirà, se le avesse parlato, lei si sarebbe sentita meno sola e forse non avrebbe fatto la fine che ha fatto. Lasciati gli edili e il falò, Mona si attenda in un boschetto. Viene violentata da uno sconosciuto. Giorni dopo trova rifugio nella bicocca di un bracciante nordafricano. Lui si mostra gentile, premuroso, fin dal primo incontro. La sfama e nei giorni seguenti le insegna a potare la vigna in modo che possa anche lei guadagnarsi da vivere autonomamente. Promette che si prenderà cura di lei. Ma quando i suoi compagni, altri extracomunitari, assenti per qualche giorno, ritornano, lei è costretta a sloggiare. Gli africani non vogliono una donna fra i piedi. Il suo santo protettore non è capace di difenderla. E’ notte. Jolanda, la nipote del fattore, le offre un passaggio. Quando la riconosce la ospita a casa sua. Assiste ancora la vecchia e cieca zia del botanico Jean-Pierre. Si ricorda ancora con affettuosa invidia della giovane coppia, dei due drop-out, nella villa dello zio. L’aveva colpita quel loro di amarsi. Si amavano a tal punto “da dormire abbracciati”. Il loro, sospira, sembrava un amore eterno. Mona ci sarebbe potuta restare a volontà da lei. Purtroppo, ad un certo punto, Mona appare agli occhi di Jolanda come una che vuole soppiantarla nelle grazie della vecchia o prendere il suo posto nel cuore del suo ragazzo. Fantasticherie, Mona non aveva né l’una né l’altra intenzione; aveva solo fatto una battuta sulla bellezza fisica del ragazzo e aveva scherzato e giocato per un’intera serata con la vecchia che l’aveva presa in simpatia; un bicchiere tu, un bicchiere io, s’erano perfino ubriacate e avevano intonato vecchi cori. Uno è che Jolanda le vede giocare, uno è che la invita a prendersi le sue cose e accomodarsi fuori. Mona non è il tipo cui si debbano ripetere due volte le cose. Appena uscita Mona, arriva Jean Pierre a la moglie. La donna accusa Jolanda del vecchio furto del quadro e del trafugamento dell’armadio della villa dove suo zio è fattore. Pierre è costretto a licenziare Jolanda su due piedi, In effetti, per la moglie di Pierre questo ben studiato licenziamento è il primo passo; ora potrà insistere per far mettere la zia in un ospizio e finalmente lei potrà insediarsi nella casa con sette stanze. Più tardi Mona cerca di vedere un paio di orecchini fregati in casa della vecchia. E’ girando per vedere come e a chi appiopparli che incontra un altro sbandato, uno più schizzato di lei Fanno amicizia, diventano compagni di fumo e di sesso. Di giorno bivaccano alla stazione, di notte lei dorme nella bicocca di lui, una stanza senza acqua e luce in un vecchio edificio in parte diroccato. Il gioco dello sballo si fa ogni giorno più duro. Brutto periodo per Mona che, stanca di “sbattersi”, gira anche qualche filmetto porno. Poi qualcuno manda a fuoco la casa diroccata e lei deve scappare ancora una volta. Non va lontano. La ritrovano in fondo ad un fossato. La trova un bracciante di colore, all’alba di un freddo mattino d’inverno. Non presenta segni di violenza. Forse è morta assiderata; deve essere caduta per caso e il freddo della notte, due gradi sotto zero, ha fatto il resto. Non ha documenti, i suoi vestiti puzzano terribilmente di vino come se qualcuno, invece che di benzina, l’avesse cosparsa di alcol etilico. Chi la sera prima l’ha vista in giro dice che aveva “un’aria da bambina”; qualcuno la descrive come una povera “squinternata”. Nessuno sa chi è effettivamente questa ragazza senza vita; nessuno sa da dove sia venuta fuori. (Giuseppe Scavuzzo, Cinemadonna)
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